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Cicolano
Cicolano è chiamata fino al 1810 la Valle del Salto. E’ in quest’ anno che tale nome scompare definitivamente dagli atti ufficiali ( 1 ).
E’ noto come esso e l’ appellativo Cicoli con cui ancora oggi si indicano gli abitanti de luogo, non siamo altro che una corruzione dei termini Aequicoli ed Aequicolanum dell’ epoca classica e di Ecicoli ed Ecicolanum del Medioevo ( 2 ).
Nella forma attuale appare per la prima volta nel 761 e da quell’ anno fino al 1810, figura con le varianti di Aecicoli-Aecicolanum, Ciculae-Ciculi, in tutti gli atti ufficiali riguardanti gli abitanti di quella zona montuosa, posta ad occidente della provincia dell’ Aquila, tra le diramazioni degli Appennini centrali.
La regione in questione, comprende all’ incirca gli attuali comuni di Fiamignano, Petrella Salto ( detta anticamente Petrella dei Cicoli ), Borgorose ( in passato Borgocollefegato ), Pescorocchiano, con una estensione di circa 466 Kmq.
I suoi confini sono per la maggior parte naturali e pertanto delimitano con precisione una unità geografica. Partendo dalla vetta del Monte Nuria ( m. 1888 ), estremità settentrionale della regione, il confine segue la linea del displuvio tra il bacino del Salto e quello dell’ Aterno, includendo nel primo i piani carsici di Cornino e di Rascino ( 3 ); passa poi per le vette di Torrecane, Vignoli, Caspriola, raggiunge monte S. Rocco e il Costone volgendo ad ovest, raggiunge il Salto, proprio nel punto in cui la valle di questo si restringe in una strozzatura, tra il monte Dente e il monte Saticone, che ne termina il corso superiore. Oltre a questa strozzatura il confine corre ancora su un dorso montuoso che divide il Vallone Pratolungo, affluente dell’ Imele, dalla valle di Varri compresa nel Cicolano e infine gli affluenti di sinistra del Salto da quelli di destra del Turano.
Lo spartiacque Salto-Turano funge da limite del Cicolano fino al monte Arringo, donde il confine, raggiungendo direttamente il Salto ed il lago presso Vallececa, diviene per breve tratto convenzionale. In mezzo a questa cerchia di montagne, “Il Frassino, il Castagno, la Quercia e il Noce vi lussureggiano con tutto il rigoglio della robusta flora dell’ Appennino e oltre i mille metri, secolari boschi di faggi, di aceri e ginepri coprono le solitarie Piagge fin presso alle sublimi creste del monte Nuria e della Duchessa” ( 4 ).
Lungo questa valle scorre il fiume Salto, che nasce dalla montagna delle Verrecchie e raggiunge Scurcola e di Magliano. A mille metri sul livello del mare, in posizione dominante la Valle del Salto, sorge S. Lucia di Fiamignano, uno dei più importanti centri della regione Equicola. “ Erede dell’ antico “ Castrum “ di Poggiopoponesco fra le sue mura vissero personaggi noti e gloriosi oppure famigerati e temibili, che, per opposti motivi riuscirono a dare al loro luogo di origine una notorietà superiore a quella che gli sarebbe stata conferita dalla appartata posizione geografica”( 5 ).
I suoi abitanti furono dediti alla agricoltura e alla pastorizia e, anche se oggi il progresso ha imposto diverse necessità che hanno spinto i “ moderni equicoli “ ad abbandonare in parte il loro luogo nativo, per cercare lavoro in città, queste attività sono tuttora vive e produttive.
NOTE
1. Sentenza del 17 maggio della commissione feudale del Re delle due Sicilie, Gioacchino Napoleone, nella controversia tra i comuni di Fiamignano, Gamagna, Petrella, Mareri, Sambuco e Poggioviano “ facenti parte del contado dei Cicoli nel II Abruzzo Ulteriore “ e la famiglia Barberini di Roma, sulla proprietà della montagna Rascino. Tuttavia nell’ uso locale, il nome Cicolano è ancor vivo; esso appare in riviste, giornali e su alcune carte geografiche.
2. Dionisio di Alicarnasso: II, 72, fu tra i primi ad usare tali nomi.
3. La località è nota oggi con il nome di Rascino.
4. G. Colucci, Firenze 1866.
5. H. Romanin, Rieti 1983: 5.
E’ quasi impossibile dire quali siano stati i primi abitanti del Cicolano. Gli storici latini, già al loro tempo, poterono parlare di “ antica gente equicola “, d’ altra parte recenti rinvenimenti risalenti al 1961, di resti umani e di rozze ceramiche nella Val di Varri, ci riportano al periodo neolitico ( 3500-2500 a.C. ). Sul finire del VI sec. Prima dell’ era volgare, la loro storia divenne più precisa: il nome degli Equi-Equicoli ( 1 ) appare per la prima volta in un trattato di pace, stipulato nel 534 con Tarquinio il Superbo ( 2 ).
Molte città furono fondate dalla bellicosa popolazione del centro Italia, dedita essenzialmente alla agricoltura e alle armi ( 3 ), il cui centro di maggiore importanza dovette essere Nerse, nello alto Cicolano ( 4 ).
Tra i leggendari Re degli Equicoli, converrà ricordare solo i più importanti, come Sertore Resio e Settimio Modio ( 5 ), ma il personaggio più noto fu senza dubbio Gracco Clelio, “ Imperator “ degli Equicoli, cioè comandante dell’ esercito, sconfitto dal dittatore romano Cincinnato ( 6 ). Di grande importanza, presso la civiltà Equicola fu il culto dei morti; il fatto è chiaramente dimostrato dal ritrovamento di una necropoli avvenuto nei mesi scorsi, nelle vicinanze di Corvaro.
Nel territorio di Fiamignano non mancano importanti ritrovamenti archeologici ed epigrafici. In proposito, potremo citare una statua romana, riportata alla luce nella zona di Radicaro o la vasca di una fontana, oggi situata nella piazza di Fiamignano.
La storia degli Equicoli è per larga parte coincisa con una lotta continua e disperata contro Roma, in difesa della propria indipendenza. Molte volte, più che di autentiche guerre, si è trattato almeno da parte degli Equi, di disordinate incursioni nel fertile agro romano, per rifornirsi dei beni che il loro territorio, inadatto alla coltivazione, non poteva fornire. Proprio i Romani furono la causa della fine dell’ indipendenza equicola; nel 300 a.C. infatti. La coraggiosa popolazione fu definitivamente sconfitta dall’ esercito del console M. Valerio. Con la fine dell’ indipendenza, la nazione Equicola, entrata a far parte della Repubblica Romana, scomparirà del tutto dalla storia. Solo una piccola parte degli Equi riuscirà a mantenere la propria individualità: si tratta esattamente degli Equi che abitavano la Valle del Salto: è assai probabile anzi, che proprio da allora sia invalso lo uso di indicare questa parte della popolazione rimasta autonoma, con il nome di Equicoli.
Una volta piegati alla potenza di Roma, gli Equicoli della Valle del Salto vennero aggregati alla tribù Claudia, come testimoniano le numerosissime epigrafi latine rinvenute nella zona.
Con la fondazione della colonia di Carsoli, il territorio Equo fu di fatto stretto in una morsa dalle vigili sentinelle romane ( 7 ). Qualche anno dopo venne accordato loro lo “ Ius Civitatis “, cioè il pieno diritto di cittadinanza romana ( 8 ). In seguito, vennero a formare un municipio autonomo. Sotto il dominio di Cesare Augusto, fecero parte della IV Regione d’Italia, con Adriano appartennero alla provincia del Sannio, sotto il dominio di Onorio fecero parte quasi sicuramente della provincia Valeria, alla quale appartenne tutto il Cicolano fino all’ arrivo dei Longobardi, nel 568. Certo è che dalla fine del III sec., fino alla caduta dell’ Impero Romano d’ occidente ( 476 ), non si hanno più notizie del popolo Equo della Valle del Salto, ma il rinvenimento di alcune monete coniate sotto il dominio di diversi imperatori che si succedettero nella storia di Roma, fino alla caduta dell’ impero, ci lascia supporre che la zona in questione non fu mai priva di abitanti.
NOTE
1. Presso gli scrittori Latini i due nomi Equi-Equicoli, furono usati sempre indistintamente; è solo nella tarda età classica che il secondo sembra restringersi a designare solo quella parte degli Equi-Equicoli abitanti nell’ alta Valle del Salto. ( Cfr. ENCICLOPEDIA ITALIANA, X 219; XIV, 147 ). Il loro territorio, nei tempi antichi era più esteso dell’ attuale Cicolano. Esso comprendeva le Valli del Salto e del Turano, ad ovest del Fucino, verso Rieti; ad occidente toccava i territori dei Sabini presso monte Lucretile; a meridione andava a toccare i territori di Palestrina e di Anagni. ( R. Almagià, Teramo 1909, n.2, 59 ). Qualcuno sostiene che Equi ed Equicoli siano state due tribù distinte fin dall’ inizio della loro esistenza, anche se appartenenti allo stesso bellicosissimo popolo: “ Quella che occupava la regione più aspra e più fitta di boscaglie, sulle rive del Salto e del Turano era quella degli Equicoli e l’ altra, che occupava il territorio tra l’ Algido e l’ Aniene, era degli Equi “ ( L. Colantoni, Lanciano 1889; 29 ).
2. Tito Livio, I, 55.P.
3. Virgilio Marone, VII, 748 – 51: “ Horrida……Gens, assuetque multoVenatu nemorum, duris aequicola glebisArmati terra excercent, semperque recentes Convectare iuvat praedas et vivere rapto”. Ib., IX, 684; “ …. Pulcher Aequicolis armis “.
4. P. Virgilio Marone, VII, 742 – 48.
5. Valerio Massimo, X: “ Aequicolis Septimium Modium, postea Sertorem Resium, qui primus ius feciale instituit “.
6. Tito Livio, III, 25 – 28.
7. Tito Livio: X, 13.
8. M. T. Cicerone: I – 35 “ Ut maiores nostri Tuscolanos, Aequos, Sabinos, Hibernicos in civitatem etiam acceperunt “.
Del Cicolano al tempo delle invasioni barbariche dei Visigoti, condotti da Alarico, degli Unni, condotti da Odoacre, ed infine dei Goti di Teodorico, non si ha nessuna notizia. E’ solo con la sconfitta di questi ultimi da parte dei Longobardi, popolo di origine scandinava giunto in Italia nel 568, che se ne ritornò a parlare. La piccola regione cadde sotto il dominio dei barbari probabilmente già a partire dal 568, al tempo della distruzione della non lontana abazia di Farfa, nella confinante Sabina. Sotto la dominazione longobarda, apparve per la prima volta il termine “ Cicolano “ . In quegli anni cominciarono a configurarsi nuovi nomi di località, delle quali però non è sempre facile individuare l’esatta ubicazione. Alcuni nomi dei centri abitati, di cui si iniziò a parlare sotto la dominazione longobarda sono Cesiniano, di ubicazione ignota ricordata a proposito di una donazione del 762, di Teodori, figlio di Teodochi, esercitale di Rieti, al monastero di Farfa e Paterno, pure di ubicazione incerta, a proposito della donazione di un casale col colono Sabulo e la sua famiglia, avvenuta nel 767, da parte di Autone di Guadalperto, alla sopracitata abazia ( 1 ). La dominazione longobarda durerà 206 anni, fino alla morte di re Desiderio ( 774 ). In questi anni il Cicolano costituì un “ Castaldato” a se, nel “ comitato reatino “, aggregato al ducato di Spoleto ( 2 ).
Dei vari ufficiali del piccolo castaldato cicolano, ci resta memoria solo del castaldato Teodiperto e di Teudiperto, in un documento dell’ 817 ( 3 ).
NOTE
1. RF. , II, doc. 50, an. 762, 55 “ … In Ciculis loco qui dicitur Caesinianus …”
2. Il regno longobardo in Italia si articolava in Regioni ( 18 ), Ducati ( 36 ) – tra i più potenti quelli di Spoleto e Benevento – amministrati da duchi nominati da re, Comitati: territori o contadi sui quali governava un conte nominato dal duca.
3. RF. , II, doc. 250, an. 821, 207: “ Breve memoratorium qual iter venit Teudipertus castaldus de Fciculis”.
Il Castaldato cicolano si mantenne tale anche sotto i franchi, scesi in Italia nel 774 con Carlo Magno. In questo periodo presero vita nella zona, diverse località. Così, nel 778, troviamo menzionati i tre centri di Cesenano, Cangiano e Vico ( 1 ), in alcune donazioni fatte al monastero di Farfa dal chierico Teudiperto. Mentre è incerta l’esatta ubicazione dei primi due, quasi sicuramente il terzo centro corrisponde allo attuale S. Stefano di Riotorto, come attestano due documenti degli anni 877 e 1191, i quali parlano rispettivamente di un “ Vicolo “ o “ Vico “, che si può quasi con certezza identificare col citato villaggio. Nel 972 viene menzionato per la prima volta il fiume Salto. I coniugi Goderisio e Alda, infatti, nel donare all’abate di Farfa, Mauroaldo, le loro quattro case, affermano che esse si trovano nelle vicinanze del fiume Salto ( 2 ).
NOTE
1. I RF. , II, doc. 112, an. 778, 98 – 9. “ De mea substantia casas in Eciculis in fundo Cesenano quae reguntur per Patriciolum et Lupulum et Ferrulum casas, vineas, terras … quanta ipsi suprascripti coloni ad suam tenent manum ….”.
II RF. , II, doc. 118, an. 778, 102: “…. Portionem meam in Eciculis in integrum, in loco qui dicitur Vicus, casas nostras quae reguntur per Bonolum et Antoniolum, cum terris, vineis, omnia in integrum …”
2. RF. , II, doc. 153, an. 792, 128 – 9: “ …Et in flumine Saltus casa quae reguntur per Causepertum et Trasecundam “.
Nessuno degli antichi scrittori cita il fiume Salto, esso era conosciuto con il nome di “ Imele “ ( Himelis ).
Verso la fine del sec. IX, la furia devastatrice dei Saraceni si abbatté sul Cicolano. La vicina abazia di S. Salvatore venne distrutta dagli Agareni ( altro nome dei Saraceni che adoravano il dio Agar ) nell’ 891 ( 1 ), ed è quest’anno che risale infatti, la loro occupazione del Cicolano. Del passaggio dei nuovi invasori in questa zona restano, ancora oggi, indubbi segni; basti pensare ad alcuni terreni presso S. Lucia di Fiamignano, detti “ Muro saraceno “.
Al periodo della dominazione di questo popolo, in parte di origine araba, si fa risalire il sorgere, nel Cicolano, di numerosi castelli ( se ne contano in tutto 31 ). Le popolazioni, spaventate dalle continue incursioni devastatrici, cominciarono ad edificare luoghi adatti alla difesa, quelle rocche e quei castelli di cui, in qualche caso, rimangono tracce ancor oggi. Si trattava evidentemente, di costruzioni senza alcuna pretesa militare, ma che potevano ben servire come rifugio in caso di assalti nemici. Di tanti castelli, la maggior parte è oggi scomparsa, dei rimanenti non ci restano altro che ruderi. Tra i più importanti, ricordiamo quelli di Poggiopoponesco e di Radicaro; il primo, nelle vicinanze dell’antica Vesbola, è quasi del tutto scomparso per dar luogo, circa un chilometro più a est, allo attuale villaggio di Fiamignano; il secondo, che sorgeva sul colle della Comunanza, ha seguito la stessa sorte, ed ha lasciato il posto al villaggio di Radicaro.
Il dominio Saraceno nel Cicolano, ebbe probabilmente fine nel 910; quest’anno avrebbe dovuto segnare un momento di grande rinascita per la piccola regione del centro Italia, l’inizio di una vita più rigogliosa e feconda, eppure fino a qualche anno fa, sembrava che un velo di morte fosse sceso su questa zona, mancando per i sec. X, XI e XII ( 2 ), qualsiasi attestazione storica. Solo ora, con la pubblicazione dell’intero cartario di Farfa, si può affermare che il Cicolano, anche durante un periodo così oscuro, continuò la sua umile vita, mantenendosi sempre a castaldato. I documenti giunti fino a noi non sono molto numerosi, in compenso citano nuove località, delle quali fino a questo momento non si ha alcuna testimonianza. Ricordiamo in proposito, Radicaro e Punzano. Nel 1038 si iniziò a sentir parlare dei territori di Varri e di Pescorocchiano. Nel 962 il Cicolano passò, insieme alla Marsica, alla Chiesa Romana, per donazione dell’imperatore Ottone I di Sassonia ( 3 ). Nel 974 si tornò a parlare, dopo ottantatre anni di abbandono, del monastero di S. Salvatore.
NOTE
1. Cfr. RF. , II. 15.
2. R. Almagià, Teramo 1909: 64: “ Nei documenti dei secoli X e XI e di buona parte del XII, non trovo menzione del nome Cicolano ”.
3. D. Lugini, Rieti 1907: 113.
Negli anni compresi tra il 1143 ed il 1150, il Cicolano passò sotto la dominazione dei Normanni, scesi in Italia oltre un secolo prima. Erano anni in cui esso aveva ormai acquisito una fisionomia ben definita. Durante il periodo feudale, che con alterne vicende durò fino al 1810, si ebbe un primo accenno alla scarsa popolazione che, per la verità, restò tale anche nel corso dei secoli successivi. Con la caduta del potere normanno ( 1194 ), ebbe fine anche la struttura dei territori comitali ed entrarono in vigore i giustizierati; Federico II di Svevia infatti, in una curia generale tenuta a Messina, divise il territorio del Regno di Napoli in nove provincie dette “ Giustizierati “, tra i quali quello d’Abruzzo, con sede nel corso del tempo, a Sulmona, a Penne, a L’Aquila ( 1 ). Nel 1273, Carlo I d’Angiò divise il troppo esteso giustizierato d’Abruzzo in due parti: “ Citra “ e “ Ultra “; il fiume Pescara fungeva da confine. Il Cicolano venne a far parte dell’Abruzzo Ulteriore. Infine, nel 1684, Carlo II di Spagna divise l’Abruzzo in tre provincie: Abruzzo Citeriore ( Chieti ), Abruzzo Ulteriore I ( Teramo ), Abruzzo Ulteriore II ( L’Aquila ), nel quale fu incluso anche il Cicolano ( 2 ). E’ proprio con la forma amministrativa dei giustizierati, che si venne a parlare di “ provincia Cicolana “.
NOTE
1. P. A. Di Michele: Rieti, 1970: 41.
2. E. Abbate: Roma, 1909. I, 353.
La famiglia Mareri dominò il Cicolano per oltre quattro secoli, e non di rado entrò in lotta con i sovrani della corte di Napoli, alla quale il Cicolano era soggetto ( 1 ). Il primo Mareri di cui si ha menzione, è Filippo, sposo di Imperatrice, figlia di conti locali. Dopo la scomparsa di Filippo Mareri, avvenuta prima del 1228, i possedimenti furono divisi tra i suoi figli maschi, Tommaso e Gentile. Nel 1241, Tommaso, per essersi rifiutato di eseguire alcune commissioni imperiali, venne spogliato di tutti i suoi beni; li ottenne di nuovo grazie all’aiuto del pontefice Innocenzo IV, che dichiarò devoluto alla Romana Chiesa il regno di Napoli alla morte di Federico II.
Ma i Mareri, ben presto furono di nuovo costretti a vedere i loro feudi passare ad altre mani, quelle di Carlo I d’Angiò, il quale aveva sconfitto Corradino di Svevia, insieme con i suoi alleati, tra cui i Mareri, nel 1268, nella battaglia combattuta tra il monte Carce e Scurcola. Essi, insomma, passarono al potere regio e furono donati da re Carlo I, ai diversi signorotti del luogo. Dei Mareri non si sentì più parlare per diversi anni, eppure si deve pensare che essi tentarono più volte, e con successo, di tornare al potere. Col trascorrere del tempo, la potente famiglia tornò infatti nelle grazie della corte di Napoli, non per niente nel 1306, venne investita dal re dei Feudi di Mareri, Petrella, Girgenti e Rascino: i territori aumentarono nel corso degli anni seguenti. Sul finire del 1400, tuttavia, la dominazione dei Mareri iniziò il suo cammino verso la fine; nel 1574 troviamo ancora un Giovanni Antonio Mareri, che ricevette l’investitura dei Feudi di Collefegato e di Poggiovalle nel 1584 ( 2 ).
In seguito si ha notizia di Cesare e Francesco Mareri, ultimi epigoni della nobile famiglia, che per tanto tempo era stata la padrona quasi incontrastata del piccolo regno Cicolano.
Già nel sec. XIII, alcuni castelli del Cicolano erano stati per breve tempo in mano ai Colonna, ma solo nel 1848, col possesso del Feudo di S. Anatolia, cominciò lo stabile dominio di questa nobile famiglia sulla nostra regione ( 1 ). Primo signore di detto Feudo fu Lorenzo Colonna a cui successe il figlio Antonio. Altri signori si avvicendarono con il trascorrere degli anni, determinando le sorti di genti e paesi. La vita dei piccoli Feudi era già molto dura per ragioni ambientali, ma sotto il dominio dei Colonna la povertà e la miseria assunsero aspetti ancor più tristi. Nel 1656, il terribile flagello della peste, che travolse il regno di Napoli, raggiunse anche il Cicolano. La popolazione venne decimata, basti pensare che il numero delle famiglie di S. Anatolia, passò da 90, nel 1648, a 43, nel 1669 ( 2 ). Piuttosto scarse sono le notizie a nostra disposizione sulla famiglia Colonna; sappiamo però con certezza che essa fu sempre presente nelle vicende del Cicolano fino alla abolizione del feudalesimo, in particolare nelle questioni riguardanti i territori di S. Anatolia, Spedino e Corvaro.
NOTE
1. Stemmi della famiglia Colonna nel Cicolano si possono osservare uno nella fontana di Fiamignano, artisticamente scolpito, datato 1585; due a Mareri, uno dei quali porta le iniziali P. C. , datato 1577; uno nella fontana di Fontefredda, rozzamente inciso su pietra calcarea. ( P. A. Di Michele, Rieti, 1970: 52 ).
Una pallida idea dello strapotere dei signori e della misera esistenza della umile gente del Cicolano, si può avere scorrendo gli Statuti Feudale del Cicolano ( 1 ), che riguardano i feudi di Petrella Salto, Rigatti, Marcetelli e altri. Il signore aveva completa giurisdizione civile e criminale ( 2 ), con il diritto di eleggere giudici ed ufficiali, destinati ad amministrare la giustizia. Al signore aspettava anche la gran parte delle risorse della terra, ogni diritto sui pascoli, sui corsi d’acqua e sul bestiame.
Con la fine del feudalesimo, un’aria nuova tornò a spirare sul Cicolano. Per volontà di Gioacchino Murat, succeduto a Giuseppe Bonaparte, quale vicerè del regno di Napoli, venne ridotto il numero dei comuni, i quali vennero riuniti entro unità più vaste ( 1808 ). Dopo qualche anno, l’intera provincia dell’Abruzzo II Ulteriore, venne divisa nei tre distretti di Sulmona, L’Aquila e Cittaducale. Il Cicolano venne aggregato a quest’ultimo. Esso fu suddiviso nei due circondari di Petrella e Mercato, e di Borgocollefegato.
Col ritorno nel 1815, del regno di Napoli ai Borboni, e precisamente a Ferdinando I delle due Sicilie, iniziò anche nella nostra zona l’ attività dei carbonari. Proprio in virtù di questo sentore di libertà, le popolazioni di quei luoghi accolsero con entusiasmo la costituzione emanata dallo stesso re Ferdinando. Così l’anno seguente ( 1821 ), circa mille uomini combatterono sotto il comando del generale Pepe, per sbarrare il passo all’esercito austriaco presso Rieti, per impedirgli l’occupazione del regno di Napoli ed il ripristino del governo assoluto. Inutile dire che furono sconfitti dai dominatori venuti dal nord. Ferdinando II, che regnò dal 1830 al 1858, visitò il Cicolano per meglio definire la linea di confine tra il suo regno e lo stato pontificio. Conclusione della visita fu un patto, stipulato nel 1840 e ratificato solo nel 1842; in base ad esso, al re sarebbero spettati i villaggi del Cicolano di Offeio e S. Martino, in cambio del villaggio di Casette, che, dal Regno, venne ceduto alla Chiesa.
NOTE
1. I più antichi d’Abruzzo, furono rinvenuti nel 1932, in un codice del sec. XIV, dall’Archivio Vaticano ( A. A. Arm. I XVIII. 3660 ).
Consta di 87 cc. , numerate in varie riprese …. scritto da varie mani, una principale della fine del sec. XIII che si può portare a circa il 1294. ( P. Sella, Casalbordino, 1933: vol. I ).
2. I giudizi vengono svolti in base alle costituzioni del Regno e la consuetudine locale. Negli Statuti si ha qualche traccia di leggi penali: a Petrella, per esempio, centro del feudo con una “ curia “ con cancelliere e notaio, è vietato portare armi e giocare a dadi. ( Ibidem ).
Nel 1860, anche i quattro comuni del Cicolano fecero subito atto di adesione al governo del Re Vittorio Emanuele II; fu tuttavia una adesione di breve durata. Subito dopo, per vari motivi, tra i quali la probabile pressione esercitata dal defunto regime, la gente del Cicolano iniziò a dare segni di insofferenza, fino a quando il 28 Ottobre, si ebbe una sollevazione generale della zona contro il nuovo regno d’Italia ( 1 ). Solo nel novembre dello stesso anno, tornò un po’ di pace. Si tentò di spegnere con ogni mezzo delle rivolte, ma la repressione spinse non pochi ribelli al Brigantaggio, Sostenuti anche dalla speranza di un ritorno al potere del deposto re Francesco II.
La piaga del Brigantaggio afflisse per molti anni il Cicolano; si trattava generalmente di piccole bande di fuorilegge che commettevano ogni sorta di saccheggi, rapine ed estorsioni. Dalle numerose bande, alcune vennero sgominate dalla forza pubblica, altre furono invece indotte a costituirsi spontaneamente.
NOTE
1. P. A. di Michele, Rieti 1970: 69
Con la fine del feudalesimo prima, e con l’unità d’Italia poi, nel Cicolano si iniziò a sperare che un po’ di benessere cominciasse a fiorire anche in questa terra, che raramente aveva vissuto momenti di pace e floridezza; tuttavia gli anni trascorrevano e la speranza si consumava nell’attesa.
Di una linea ferroviaria, quella della Valle del Salto, decretata con la legge del 14 Marzo 1865 ( 1 ), come pure di una cava di petrolio nei pressi di Riotorto, non si è più parlato ( 2 ). Le scarse opere pubbliche, realizzate in un secolo di storia, si possono contare sulle dita di una mano. L’opera maggiore è senza alcun dubbio la costruzione del grande bacino del Salto – 280 milioni di metri cubi di acqua – terminato poco prima dell’ultima grande guerra che, sebbene abbia spogliato l’intera zona delle terre più fertili, lungo il letto del fiume omonimo, costituisce, data la sua felice posizione, un forte richiamo turistico. Con l’ampliamento della provincia di Rieti ( 12 Gennaio 1927 ), il Cicolano entrò a far parte del circondario di Cittaducale e fu staccato dalla provincia dell’Aquila.
I quattro comuni di Fiamignano, Petrella Salto, Pescorocchiano e Borgocollefegato ( Borgorose ), contano oggi oltre settanta frazioni. Nell’ultimo secolo la popolazione della zona ha subito un sensibile aumento, nonostante , le non poche vittime del terremoto del 13 Gennaio 1915 e delle ultime guerre. Nell’ultimo ventennio tuttavia, soprattutto i giovani hanno abbandonato il Cicolano nella speranza di un’avvenire migliore, in città. Attualmente il Cicolano è ben collegato alla città di Rieti grazie ad una superstrada, il cui ultimo tratto è stato terminato proprio questo anno. Al capoluogo abruzzese, la nostra regione è collegata tramite una autostrada in funzione ormai da sedici anni.
NOTE
1. D. Luigini, Rieti, 1907: 65 – 6.
2. T. Bonanni, L’Aquila, 1883: 109.
Pur essendosi verificato in questi ultimi anni, un indubbio miglioramento delle condizioni di vita del Cicolano, in relazione ad una maggiore dotazione di servizi sociali, non è stato registrato alcuno sviluppo, per quanto riguarda le strutture economiche. Le scarse possibilità di sfruttamento in agricoltura, per ragioni di carattere morfologico, la mancanza di insediamenti industriali, nonché la sporadicità delle iniziative turistiche, costituiscono i motivi fondamentali della mancata crescita economica. Tutto ciò pone in chiara evidenza come il fattore “ montagna “ incida profondamente nella economia di una zona, condizionandone lo sviluppo. Pertanto il potenziale economico di questa regione, riveste un carattere preminentemente agricolo – silvo – pastorale. La massima componente del valore della produzione del settore primario, è data infatti dalla produzione silvo – pastorale. Urge pertanto operare affinché la rete viaria provinciale, tuttora limitata, venga ammodernata ed ampliata con opportune modifiche. Oltre al settore turistico, da tali realizzazioni potrebbero trarre sensibile vantaggio anche le attività terziarie generalmente considerate.
Non può inoltre escludersi, sia pure in una prospettiva non immediata, che la zona del Cicolano, la quale ha carattere di complementarietà tra i nuclei industriali di Rieti, Cittaducale ed Avezzano, possa accogliere insediamenti industriali, quali dipendenze dei nuclei menzionati, che non si pongano in antagonismo con l’agricoltura, ma ne divengano un prezioso sostegno. Le colture che interessano prevalentemente l’economia agricola del Cicolano, sono rappresentate dai cereali e dalla patata. Non viene praticata la coltura dell’ulivo, mentre molto diffusa è la coltura del nocciolo. Rilevante importanza economica assume la produzione foraggera, proveniente in gran parte, da prati e pascoli di cui la regione è ricca. L’allevamento del bestiame risulta ben distribuito in tutte le località della zona, con prevalenza di ovini, seguono i bovini e gli equini. La valle del Salto, con i suoi paesaggi estremamente suggestivi, con l’apertura dell’autostrada Roma – L’Aquila, è lambita, seppure ai suoi margini, da un’imponente corrente di traffico e di scambi di natura extra regionale. Grazie alle nuove vie di comunicazione, la zona potrebbe aspirare a quello sviluppo turistico, fino ad oggi impossibile, a causa della lontananza da importanti arterie di comunicazione.
Il luogo presso il quale sono state svolte le inchieste a partire dal Settembre 1990, è S. Lucia frazione di Fiamignano, in provincia di Rieti. Fiamignano ha assistito nel corso del tempo a momenti di incremento demografico, tuttavia attualmente la popolazione è notevolmente diminuita a causa delle scarse possibilità di impiego che offrono quei luoghi. La tabella che segue indica il numero di abitanti che dal 1861 ad oggi risiedono nel suddetto comune.
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Superficie al 1971 |
ha 10.070 |
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1861 |
3.402 |
|
1871 |
3.227 |
|
1881 |
3.475 |
|
1901 |
4.142 |
|
1911 |
4.397 |
|
1921 |
4.515 |
|
1931 |
4.690 |
|
1936 |
4.366 |
|
1951 |
4.270 |
|
1961 |
3.492 |
|
1971 |
2.463 |
|
1981 |
1.969 |
|
1987 |
1.914 |
|
1991 |
1.858 |
Censimento Ottobre 1981 1969
Popolazione senile ( età 60 anni ed oltre ) 532
Popolazione infantile e giovanile 282
( età inferiore a 15 anni )
Occupati 548
Disoccupati 36
In attesa di prima occupazione 88
Totale 672
Agricoltura, Caccia, Foreste, Pesca 110
Industria 208
Altre Attività 266
Industria, comprese costruzioni edilizie 59
Commercio, Pubblici esercizi, Alberghi 60
Trasporti e comunicazioni 10
Pubblica Amministrazione , Servizi Pubblici e Privati 72
Reddito pro-capite ( Dati B. S. Spirito 1987 milioni )
NOTE
1. Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura Rieti, Rieti 1990.
Non è stato sempre facile condurre una inchiesta dialettologica; in primo luogo, infatti si è dovuto scegliere gli informatori, compito straordinariamente delicato, che non solo ha richiesto molto tempo, ma anche un notevole dispendio di energia, pazienza e soprattutto esperienza maturata solo con il trascorrere dei mesi. E’ lecito chiedersi secondo quali modalità sia avvenuta la scelta. A S. Lucia ho avuto la fortuna di conoscere, ancor prima di cominciare le indagini dialettologiche, un intero nucleo familiare a cui componenti ho spiegato i motivi del mio interesse per il dialetto di quei luoghi; così, molto gentilmente, tutti si sono offerti di aiutarmi a svolgere il mio lavoro, collaborando con vivo entusiasmo. Il capofamiglia, Angelo Alvisini, è il proprietario del bar di S. Lucia di Fiamignano e mi è stato di grande aiuto perché, come è noto, in un piccolo centro il bar costituisce il luogo presso il quale si riuniscono gli uomini dopo il lavoro. Non a caso, proprio lì ho conosciuto i miei primi informatori di sesso maschile che mi hanno fornito molti dati dialettologici preziosi. La mia ricerca sarebbe stata, se non impossibile, assai ardua, se non avessi avuto al mio servizio uno strumento insostituibile; il registratore.
Il suo uso, tuttavia, non è semplice come potrebbe sembrare; esso, infatti, influenza necessariamente l’informatore, e mentre alcune persone si sono mostrate totalmente indifferenti alla sua presenza, altre ne sono state fortemente condizionate ed hanno reagito in modi diversi ( 1 ). Il suo uso insomma ha dei pro e dei contro, ma costituisce pur sempre un mezzo indispensabile per le ricerche dialettologiche. Dal canto mio, non ho ritenuto opportuno nasconderlo, perché ho sempre voluto agire “ alla luce del sole “, cioè stabilendo con gli informatori un rapporto basato sulla sincerità e sulla cordialità. Durante il corso delle registrazioni ho avuto quasi sempre al mio fianco Armanda Alvisini, figlia di Angelo, prima ricordato; è per merito suo che ho avuto la possibilità di conoscere molte persone del paese, di entrare nelle loro case, di sondare il terreno prima di dare il via alle inchieste, di parlare dei problemi quotidiani, di entrare insomma nella loro vita, sebbene solo per qualche ora.
Dalla mia esperienza è emerso che le donne sono, di norma, le rappresentanti più affidabili del dialetto locale, poiché, nel corso della loro vita hanno viaggiato meno rispetto agli uomini, sono rimaste quasi sempre nelle loro case con i figli, non hanno combattuto la guerra, ecc…
Gli uomini, al contrario si sono spostati frequentemente da un paese all’altro, quando non sono addirittura venuti in città per motivi di lavoro. Le donne conoscono alla perfezione tutto ciò che riguarda la casa, sanno tessere e filare ( dunque conoscono ancora, per esempio, i nomi delle varie parti del telaio ), fare il pane, e, non di rado usano correntemente la terminologia agricola tradizionale. Purtroppo, però, difficilmente si mettono a disposizione del raccoglitore, perché troppo impegnate nei lavori domestici o agricoli; non a caso i primi informatori sono stati solo ed esclusivamente uomini.
Le persone più adatte sono risultate quelle di età compresa tra i 50 e gli 80 anni; non ho tralasciato, tuttavia, di intervistare anche una donna di 26 anni ( Armanda Alvisini ), la quale, con tutti i limiti che la sua giovane età comporta, è risultata una discreta conoscitrice del suo dialetto. E’ chiaro che i soggetti più giovani non padroneggiano completamente il vocabolario dialettale, ma è pur vero che le persone molto anziane si stancano facilmente, non sempre sono vivaci intellettualmente, spesso hanno vuoti di memoria e non di rado hanno una pronuncia poco chiara per mancanza di denti ( 2 ).
Quando è stato possibile, ho cercato di proporre lo stesso argomento a diverse persone, anche in separata sede, per cercare di ottenere il maggior numero di dati. Questa scelta, medidata a lungo, è risultata utile perché mi ha fornito la occasione di confrontare forme e parole che, a volte, sono risultati leggermente diverse o anche in netta antitesi tra loro.
I questionari che ho avuto a disposizione vertono su diversi argomenti tutti strettamente connessi alla vita quotidiana e alle attività che si svolgono in paese; ho ritenuto perciò necessario scegliere come informatori persone che avessero praticato l’agricoltura, che conoscessero come si lavorano le carni del maiale, che sapessero tessere o che avessero avuto a che fare con gli animali domestici ecc… Ho tentato qualche volta di intervistare persone colte, ma con scarsi risultati, non perché le persone di una certa levatura sociale non sapessero parlare il dialetto ( anzi molte volte, sono proprio questi soggetti che si sforzano di parlare un dialetto più “ fedele “ di quello parlato da chi non ha un buon grado di istruzione e che magari deve spostarsi in città ), ma probabilmente perché il medico, l’ingegnere, l’insegnante, provano vergogna ad esprimersi in una lingua che è ancora sinonimo di ignoranza, povertà e miseria, ormai superate dall’odierno benessere, è come se si volesse cancellare dalla memoria il passato !
D’altra parte si commetterebbe un errore gravissimo se si identificassero le persone colte con quelle intelligenti; così nelle classi inferiori si trova spesso un talento naturale, non accompagnato da una istruzione corrispondente. Ci si meraviglia nel vedere come persone semplici rispondono con tanta spontaneità e prontezza alle domande poste loro.
Tra le condizioni necessarie è importante che l’informatore sia nato e vissuto in paese e che provenga da una famiglia del luogo; per questo non ho mai tralasciato di chiedere il luogo di nascita l’attività svolta e gli eventuali spostamenti dal sito di origine. Il ritmo dell’inchiesta è stato fortemente condizionato dal temperamento della persona intervistata. C’è chi ha risposto riflettendo prima di parlare, chi invece è riuscito a capire immediatamente ciò che poteva essere utile per la mia ricerca; non è mancato chi si è accontentato di fornire semplicemente il termine dialettale corrispondente a quello italiano, ed infine chi si è perso in inutili chiacchiere, dimenticando il suo compito ( 3 ). Le inchieste si sono svolte in un primo momento nel bar di S. Lucia di Fiamignano, successivamente nelle abitazioni degli informatori; ciò ha comportato il vantaggio di avere a disposizione una notevole quantità di materiale etnografico, ( si pensi per esempio agli oggetti usati in cucina ). Qualche volta non solo l’informatore, ma anche altri membri della famiglia sono stati presenti durante lo svolgimento delle inchieste, ma questa situazione, se ha portato a confrontare l’uso di diversi termini, ha avuto il forte limite di rendere incomprensibile l’ascolto del nastro registrato a causa delle voci che si sono sovrapposte e delle persone che, parlando tra loro, hanno continuamente interrotto l’inchiesta. Il tempo impiegato in ogni singola “ seduta “, è variato a seconda dell’argomento da trattare e della disponibilità degli informatori; in base a queste condizioni la durata di ogni registrazione è oscillata tra i 40 minuti ed un’ora e un quarto circa.
NOTE
1. In proposito, mi sembra opportuno citare quello che è accaduto durante la mia prima inchiesta, svoltasi nel Settembre 1990. L’informatore, Alberto Falsarone, non sapeva che questa si sarebbe svolta con l’ausilio del mezzo meccanico, ed aveva dunque accettato con tutta tranquillità di rispondere alle mie domande. Quando però collocai il registratore sul tavolo, ciò deve averlo influenzato non poco, perché iniziò a parlare quasi solo italiano, e non senza imbarazzo. Altre persone hanno invece mostrato sul momento una certa emozione, poi superata con molta facilità. Altre ancora sono state ben felici di rendersi utili ed hanno voluto, a fine inchiesta ascoltare la loro voce incisa sul nastro.
2. K. Jaberg e J. Jud, Milano 1987: I, 243.
3. Ibidem : 247 – 8.
Pasquale Antonini nato a S. Lucia di Fiamignano nel 1914, professione Norcino.
( Allevamento, Uccisione, Lavorazione del maiale e conservazione dei salumi ).
Domenico Antonini nato a S. Lucia di Fiamignano nel 1922, professione macellaio.
( Allevamento, Uccisione, Lavorazione del maiale e conservazione dei salumi ).
Angelo Alvisini nato a S. Stefano di Fiamignano nel 1935, professione gestore del bar di S. Lucia.
( Allevamento, Uccisione, Lavorazione del maiale e conservazione dei salumi e Il Corpo Umano).
Armanda Alvisini nata a S. Stefano di Fiamignano nel 1965, diplomata presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Rieti. ( Il Corpo Umano ).
Rosaria Cherubini nata a S. Lucia di Fiamignano nel 1908, casalinga.
( Animali domestici e d’allevamento, Altri animali, la Terra il cielo ed i Fenomeni Atmosferici, Tempo, Spazio, Quantità, l’Abbigliamento e i Colori ).
Carmine Rencricca nato a S. Lucia di Fiamignano nel 1942, professione fabbro.
( L’Agricoltura, le Piante, le Erbe ).
Alberto Falsarone nato a S. Lucia di Fiamignano nel 1932, professione finanziere.
( Allevamento, Uccisione, Lavorazione del maiale e conservazione dei salumi ).
Fausta Rencricca nata a S. Lucia di Fiamignano nel 1924, casalinga.
( La vita domestica ).
L’uso del registratore ha reso non necessaria la trascrizione nel momento stesso in cui le inchieste sono state effettuate. Questo ha consentito di risparmiare tempo e di evitare le continue interruzioni che ha una trascrizione immediata avrebbe richiesto. Le diverse inchieste sono state trascritte in un secondo momento, in modo da rendere la lettura comprensibile non solo agli addetti ai lavori, ma a chiunque desideri avvicinarsi realtà dialettale. I simboli fonetici adottati sono per la maggior parte identici alla normale grafia italiana, sono stati presi solo pochi accorgimenti per poter riportare sulla carta suoni che nello italiano standard sono del tutto assenti.
Così si è fatto uso di / ∫ / per raffigurare la sibilante palatale preconsonantica, di / J / quando si è sentita la necessità di specificare che non ci si è trovati di fronte ad un suono vocalico. Le consonanti soggette a sonorizzazione o ad assordimento sono state trascritte con un trattino verticale sotto di esse. Il raddoppiamento sintattico, tipico dello italiano centro – meridionale viene sempre riportato, mentre gli accenti sono segnati quando la parola è sdrucciola, quando ci si trova di fronte ad esiti di parole metafonetiche, ogni qual volta vi sia ambiguità.
Le vocali / a /, / i /, / u / si trascrivono come in italiano.
/ è / …. è, la “ e “ aperta dell’italiano “ sèrra
guèrra “ ( voc. Palatale medio – bassa, suono aperto ).
/ é / …. è la “ e “ chiusa dell’italiano “ céra, séra “
( voc. Palatale medio – alta, suono chiuso ).
/ ò / …. è la “ o “ aperta dell’italiano “ òca, còlla “
( voc. Velare medio – bassa, suono aperto ).
/ ό / …. è la “ o “ chiusa dall’italiano “ όrso, pόnte “
( voc. Velare medio – alta, suono chiuso ).
Le consonanti “ p, b, t, d, l, r, f, v “ si trascrivono come nella normale grafia italiana.
Lo stesso vale per le consonanti “ c “ e “ g “, per cui
/ c / …. è la “ c “ dell’italiano “ césto, cìnema “.
( cons. affricata palatale sorda, davanti a / e / ed / i / ).
/ c / …. è la “ c “ dell’italiano “ càne, còro “
( cons. occlusiva velare sorda, davanti a / a /, / o /. / u /).
/ ch / …. è il “ ch “ dell’italiano “ òche, pòchi “
( cons. occlusiva velare sorda, davanti ad / e / ed / i / ).
/ chi / …. È il “ chi “ dell’italiano “ chiàve, òcchio “
( cons. occlusiva prevelare sorda, davanti ad / i / semivocalica o semiconsonantica ).
/ g / …. è la “ g “ dell’italiano “ gènte, agìre “
( cons. affricata, palatale sonora, davanti ad / e / ed / i / ).
/ g / ….è la “ g “ dell’italiano “ gàra, gàmba “
( cons. occlusiva, velare – sonora, davanti ad / a /, / o /, / u / ).
/ gh / …. è il “ gh “ dell’italiano “ ghìro, pàghe “
( cons. occlusiva, velare - sonora davanti ad / e / ed / i / ).
/ ghi / …. è il “ ghi “ dell’italiano “ ghiànda “
( cons. occlusiva, prevelare – sonora, davanti ad / i / semivocalica o semiconsonantica ).
/ ggl / …. è il “ gl “ dell’italiano “ màglia, fìglia “
( cons. laterale – palatale, sempre intensa in posizione intervocalica ).
/ ggn / …. è il “ gn “ dell’italiano “ gnòmo, mugnàio “
( cons. nasale – palatale, intensa in posizione intervocalica ).
/ sc / …. è la “ c “ del toscano e del romanesco “ nòsci “
( sibilante – palatale ).
/ ∫ / …. è il suono di cui si è detto sopra, ma in posizione anteconsonantica.
( aquilano ∫tèo ).
/ ssc / …. / sc / dell’italiano “ àscia, pèsce “.
( sibilante, palatale intensa ).
· / b / quando tende a desonorizzarsi b > p
· / d / quando tende a desonorizzarsi d > t
· / g / quando tende a desonorizzarsi g > c
· / v / quando tende a desonorizzarsi v > f
· / p / quando tende a sonorizzarsi p > b
· / t / quando tende a sonorizzarsi t > d
· / c / quando tende a sonorizzarsi c > g
· / f / quando tende a sonorizzarsi f > v
N.B. Lettere simboleggiate con un trattino verticale sotto di esse, che assumono le sembianze sonore delle lettere della tabella di destra.
Il sistema vocalico latino subì modifiche considerevoli nell’uso popolare. Dal latino arcaico la norma classica ha ereditato solo cinque vocali, ognuna delle quali aveva due valori a seconda della sua lunghezza. Queste distinzioni di lunghezza vocalica non solo erano alla base della versificazione latina, ma soprattutto indicavano spesso l’unica differenza fonologica tra le parole di diverso valore semantico, per esempio, ŏs “ osso “ e ōs “ bocca “. Le variazioni di lunghezza vocalica assumevano importanza anche nella struttura grammaticale: così nella declinazione RŎSĂ era nominativo e RŎSĀ ablativo, mentre nella coniugazione soltanto la lunghezza vocalica serviva a differenziare, per esempio, le forme del presente LĔGĬT, LĔGĬMUS e le corrispondenti forme del perfetto LĒGĬT, LĒGĬMUS. Nel latino volgare tutti questi valori scomparvero. Distinzione quantitative furono sostituite da distinzioni qualitative ( 1 ).
ī ĭ ē ĕ ā ŏ ō ŭ ū
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i è è à ò ό ù
Non è presente il dittongamento di è ed ò in sillaba libera, per cui avremo pèe “ piede “,
bόnu “ buono “ ( e bòna “ buona “, bόni “ buoni “, bòne “ buone “ ), cécu “ cieco, lat. Caecu (m)”, sòla “ suola “.
Si tratta uno dei principali fenomeni fonetici dell’area italiana centro – meridionale. Consiste nel mutamento della vocale tonica per effetto di –I ed –U finali originarie latine, tanto in sillaba chiusa, e riguarda sia le vocali toniche medio – basse ( medio – aperte ) -è > è, ò > ό- sia le vocali toniche medio – alte ( medio – chiuse ) -é > ì, ό > ù-. Se la vocale finale è diversa da –I e da –U il cambiamento non si verifica.
B. ampanelli trattò per primo l’argomento, usando, per indicare la metafonesi, il termine “ oscuramento “ ( 2 ).
campanélli “ campanelli “, cappélli “ cappelli “, cortélli “ coltelli “, crissciarélli “ singhiozzi “, énti “ denti “, érri “ maiali da riproduzione “, Fornélli “ fornelli “, gemélli “ gemelli di osso che i contadini indossavano al posto della cravatta“, monélli “ bambini “, poerélli “ budella del maiale essiccate e condite con sale e pepe “, pèi “ piedi “, quadérni “ quaderni “, scommarélli “ mestoli “, bélli “ belli “, cancélli “ ind. e imp. Pres. II p.s. , tu cancelli “, Sénti “ ind. e imp. Pres II p.s. , tu senti, senti tu “.
è > ì
angolìtti “ angoletti “, capìlli “ capelli “, fazzoletti “ fazzoletti “, pìli “ peli “, pizzìtti “ pizzetti “, porchìtti “ maialini da latte “, sìppi “ zeppi “, t’tti “ tetti “, frìddi “ freddi “, nìri “ neri “, quìlli “ quelli “, quìssi “ questi “, crìssci “ ind. e imp. pres. II p.s. , tu cresci cresci tu “, mìtti “ ind. e imp. pres. II p.s. , tu metti “, -mpìggni “ ind. e imp. pres. II p.s. , tu intingi; intingi tu“, vìdi “ ind. e imp. pres. II p.s. , tu vedi “.
ò > ό
fascioli “ fagioli “, ommeni “ uomini “, porci “ porci “, sordi “ soldi “, cotti “ cotti “, forti “ forti “, troppi “ troppi “, porti “ ind. pres. II p.s. , tu porti “.
ό > ù
fùnti “ fonti “, ielùni “ geloni “, morcùni “ legna da ardere, in parte già bruciata, ormai spenta “, mozzùni “ v. morcùni “, pantalùni “ pantaloni “, pormùni “ polmoni “, siggnùri “ signori, nel senso di ricchi, benestanti “, rùssci “ rossi “, panùggni “ ind. e imp. pres. II p.s. , tu intingi il pane nello olio “. ,
è > è
accéssu “ accesso “, cappéllu “ cappello “, cervéllu “ cervello “, commérciu “ commercio “, cortéllu “ coltello “, crissciaréllu “ singhiozzo “, éntu “ vento “, geméllu “ gemello di osso che i contadini indossavano al posto della cravatta “, monéllu “ bambino “, nférnu “ inferno “, péttu “ petto “, sgabbéllu “ sgabello “, pennéllu “ pennello “, quadérnu “ quaderno “, témpu “ tempo “, unguéntu “ unguento “, vecchi “ vecchio “, béllu “ bello “, céntu “ cento “, appréssu “ appresso “, mmézzu “ in mezzo “,
è > ì
ascìtu “ aceto “, angolìttu “ angoletto, cantuccio “, cap’llu “ capello “, ciocchìttu “ piccolo ciocco di legno “, fazzolìttu “ fazzoletto “, Francì cu “ Francesco “, mìlu “ melo “, pìlu “ pelo “, pìsu “ peso “, tallìttu “ porcile “, tìttu “ tetto “, frìddu “ freddo “, nìru “ nero “, crìssciunu “ ind. pres. III p. pl. , crescono “, mìttu “ ind. pres. III p. pl. , mettono”.
ò > ό
cerόttu “ cerotto “, cόllu “ collo “, cόrpu “ corpo “, decόttu “ decotto “,όcchiu “ occhio “, orzarόlu “ orzaiolo “,όssu “ osso “, picciόlu “ capezzolo, picciolo “, pόrcu “ porco “, riarόlu “ v. orzarόlu “, venόcchiu “ ginocchio “, bόnu “ buono “, ciόppu “ zoppo “, cόttu “ cotto “, grόssu “ grosso “, mόrtu “ morto “, pόcu “ poco “, cόpru “ ind. pres. III p. pl. , essi coprono “, pόzzu “ ind. pres. III p. pl. , essi possono “.
ό > ù
cottùru “ paiolo di rame “, generùsu “ generoso “, lenticchiùsu “ lentigginoso “, pùrzu “ polso “, cannatùru “ coltello per scannare il maiale, dalla lama fina e lunga dai 30 ai 40 cm. “, gelùsu “ geloso “, lùngu “ lungo “, pelùsu “ peloso “, rugùsu “ rugoso “, rùssciu “ rosso “, rùttu “ rotto “, sùrdu “ sordo “.
Il dialetto di S. Lucia di Fiamignano come in genere quelli dell’area Sabino-Aquilana, nonché quelli dell’Umbria sud-orientale e delle Marche centrali, distingue spesso, alla finale tra –U ed –O, latine originarie ( contro la Toscana che ha solo –O, e l’Italia meridionale, che presenta in genere, il conguaglio sulla vocale “ neutra “ -∂ ).
Norcìnu “ norcino “, pànnu “ panno “, presùttu “ prosciutto “, appiccàtu “ appeso “, cìcu “ piccolo “, ma emo rìsu “ ind. pass. pross. II p. pl. , abbiamo rìso, lat. Habemu (s), la u passa regolarmente ad o”, lόco “ là “, quànno “ quando “, tèngo “ ind. pres. II p. s. , io tengo “ ( 3 ).
L’anafonesi è un fenomeno proprio della pronuncia toscana, poi passato all’italiano letterario, per il quale i gruppi latini come –ĬNC-, -ĬNG-, -ŬNC-, con vocale breve, conservano il loro suono, come in “ tinca “ e “ lingua “. A S. Lucia, vi sono termini che dimostrano assenza di anafonesi:
léngua “ lingua”, -mpéggne “ intingere “, stréggne “ stringere “.
E’ presente l’assimilazione della vocale tonica con quella finale, tuttavia questo fenomeno si verifica solo in poche parole ( 4 ):
nève “ neve “, sòle “ sole “, scème “ sceme “.
fùme “ fumo “, ròtte “ grotta “, trόppi “ troppo “( no mmaggnà troppi ), càrgi “ calce “.
NOTE
1. W. D. Elcock, L’Aquila 1975: 37 – 7.
2. B. Campanelli usa il termine oscuramento per dire “ metafonesi “ - v. art. 3 “ dello oscuramento ” -. “ L’importante scoperta dell’Ascoli intorno alla influenza che esercita sulla vocale tonica la vocale finale di una parola, trova nel dialetto reatino tanti e sì diversi riscontri … Chi non affermerebbe a prima vista che, per esempio, le parole ìstu, ìssu, ìllu, strìttu, mìssu, ùrsu, mùnnu, mìtti, sfùnni, che corrispondono alle toscane questo, esso, quello, stretto, messo, orso, mondo, metti, sfondi, non siano altro che le latine iste ( istus ), ipse ( ipsus ), ille ( *illus ), strictus, missus, ursus, mundus, mittis, exfundas ? Ma pur non è così; il mìssu reatino, per allegare un esempio, non à a che fare col mìssus latino, anzi all’origine missus è più vicino a messo che a mìssu. Dobbiamo spiegare tutto con il fenomeno della influenza che esercita sulla tonica l’ultima vocale “. ( B. Campanelli, Rieti 1896 e rist. anast. 1976 : 41).
3. Vi sono tuttavia, anche a S. Lucia alcuni casi in cui compare una vocale simile alla “ neutra “, in sintonia con i non lontani dialetti dell’italia meridionale ( da Avezzano verso est e sud ): pond “ punte “, nu pèzz e péssce “ un pezzo di pesce “.
4. Il Cicolano presenta alcune caratteristiche dialettali proprie del reatino, altre dello aquilano, così se sòle è identico al reatino, nève è identico all’aquilano; a Rieti infatti née conserva la é originaria che diventa è nei dialetti di S. Luciae dell’Aquila.
Gli esiti di B sono variabili; generalmente B si conserva: béllu “ bello “, brùttu “ brutto “, biàncu “ bianco “, bùrru “ burro “.
Cade in aé “ avere , lat. habere “, όcca “ bocca “, occόne “ boccone “, ràcciu “ braccio “ ( 1 ).
V resta intatta in principio di parola: velénu “ veleno “, vàio “ ind. pres. I p.s. , vado “; se intervocalica cade: nùola “ nuvola “, nόu “ nuovo “, bée “ ind.pres. III p.s. , beve “, càa “ ind. pres. III p.s. , scava “, mascinoléa “ ind. imp. I e III p.s. , macinavo, macinava “, tenéo “ ind. pres. I p.s. , tenevo “. La labiale intensa si ritrova in rabbelà “ ricoprir di cenere “, abbuticchià “ avvolgere “.
In principio di parola, seguita da vocale, tende a cadere: ènte “ dente , éta “ dita ”, ìtu “ dito ”, ùnnola “ donnola ”, ha ìttu “ ind. pass. Pross., ha detto ”. Intervocalica, se scempia cade in péi “ piedi ”, rόe “ inf. E ind. pres. III p.s., rodere; Egli rode ”; raddoppia in gioveddì, “ giovedì ”luneddì, “ lunedì ” marteddì, “ martedì “.
G velare in principio di parola cade in unnèlle “ gonne “; si conserva in gòbba “ gobba “, gόla “ gola “, gόzzu “ gozzo “. Nel nesso –GR- cade in ràssu “ grasso “, rόssu “ grosso “, ràttete “ imp. pres. II p.s. , grattati “. G prepalatale si conserva sia in principio sia all’interno di parola: Giacomùcciu “ dim. di Giacomo “, Giggétto “ dim. di Luigi “, lègge “ inf. e ind. pres. III p.s. leggere, legge, lat. legĕre, lĕgis “.
G > j : iàcciu “ ghiaccio “, iànne “ ghiande “, iόrni “ giorni “, iùu “ gioco “.
G+E > j: iélu “ gelo “, ielàtu “ gelato “.
DJ > j: iόni “ giorni “.
NJ > NG > GGN: maggnà “ mangiare “,όggne “ ungere “, panόggne “ intingere il pane nello olio “.
G > V: venόcchiu “ ginocchio “.
G > ʓ : nʓinocchiàtu “ inginocchiato “.
C velare resta intatta sia in principio che allo interno di parola: cammìnu “ camino “, cam àna “ campàna “, càne “ cane “, àcca “ vacca “, ruggicà “ rotolare “.
C palatale si conserva sia in principio sia allo interno di parola: cipόlla “ cipolla “, cocìna “ cucina “, pilùccia “ pentolino “.
C > SC se intervocalica: ascot “ aceto “, camìsce “ camìcie “ ( 2 ).
Quando non è accompagnata da altra consonante, sia in principio che all’interno di parola, si conserva: lèbbere “ lepre “, léngua “ lingua “,monéllu “ bambino “, sìmmola “ semola “.
in gruppo si trasforma in R, la quale sonorizza la consonante che segue:
LT > rd: ardàre “ altare “, àrdu “ alto “.
LC > rg: càrgi “ calce “, dόrge “ dolce “.
LP > rb: cόrbo “ colpo “,όrbe “ volpe “, Sant-Erbìdio “ Sant-Elpidio, nome di una località del Cicolano “.
L > r : brù “ blu “, sόrdi “ soldi “, ruscèrta “ lucertola “.
E’ interessante notare che la palatalizzazione della sibilante in posizione ante consonantica, vitalissima nelle parlate aquilane, non sembra ancora stabilizzata nel dialetto di S. Lucia dove, l’esito palatizzato e quello privo di palatalizzazione coesistono davanti a t, c, p: ∫carpàru, ma anche scarpàru “ calzolaio “, ∫càrpi, ma anche scàrpi “ scarpe “. Seguono lo stesso esito ∫cannatùru “ coltello usato per scannare il maiale “, ∫pàlle “ spalle “, ∫tòrte “ storte “, ∫trùppiu “ storpio “, ∫tì “ questi “, ∫crocchià “ schioccare “, ventré∫ca “ pancetta di maiale “.
Si chiama sonorizzazione quel fenomeno per cui le consonanti sorde c, t, p, tendono a trasformarsi nelle rispettive sonore g, d, b, mentre il fenomeno opposto ( che vede, cioè, l’avvicinamento di g, d, b, a c, t, p ), è detto assordimento o desonorizzazione. Negli esempi che seguono la sonorizzazione delle consonanti sorde è dovuta all’influenza delle nasali M e N.
MP > mp: campàna “ campana “, càmpu “ campo “, nciampecàtu “ inciampato “.
NT > nt: Antoniu “ Antonio “, piànta “ pianta “, énti “ denti “, éntu “ vento “, sentì “ sentire “.
NC > nc : ànca “ anca “, biànca “ bianca “, nciampecàtu “ inciampato “.
NZ > nʓ : delinquènʓa “ delinquenza “, Nùnʓia “ Nunzia “.
G > c: chìru “ ghiro “, scommaréllu “ mestolo “.
Z > s: sàmpa “ zampa “, sinàli “ grembiuli “, sόppu “ zoppo “, sόrfu “ zolfo “.
Contro la Toscana e lItalia settentrionale, e di accordo con l’Italia meridionale, il dialetto di S. Lucia di Fiamignano, come del resto l’intera Sabina, conosce l’assimilazione progressiva di ND, MB, LD. ( 3 ):
ND > nn: Cannelòre “ candelora “, mόnno “ mondo “, tùnnu “ tondo “, stenneréllu “ mattarello “.
MB > mm: mmottìllu “ imbuto “, bammàsce “ ovatta “.
LD > ll: càllu “ caldo “, callàru “ caldaio “.
NOTE
1. Compaiono tuttavia anche bόcca, boccόne e bràcciu, dove la B può affievolirsi in V per cui risulta vràcciu.
2. Sono presenti anche alcuni casi in cui C si conserva tale: cocìna “ cucina “, còce “ cuocere “.
3. Inoltre ho avuto modo di registrare anche un caso di assimilazione progressiva di T > tt: Ittere “ Hitler “.
Nférnu “ inferno “, nvérnu “ inverno “, ncùccate “ imp. pres. II p.s. , accucciati “, recchìni “ orecchini “.
No “ non ”, pé “ per “, so “ ind. pres. I p.s. e III pl. Io sono, Essi sono”, tè “ ind. pres. III p.s. , imp. pres. II p.s. , tu tieni; tieni tu “; il fenomeno compare inoltre in tutti gli infiniti dei verbi: dormì “ dormire “, maggnà “ mangiare “, scarraccià “ franare “, sentì “ sentire “, somentà “ seminare “, sta “ stare “, piòe “ piovere “, vedé “ vedere “.
Strambèlla “ stampella “.
Mpόne “ un po’ “, pàrtolu “ parto “.
L’attrazione è un fenomeno assai comune nel dialetto di S. Lucia, così come lo è in tutta la Sabina; esso consiste nel passaggio di una consonante da una sillaba all’altra, sia anteriore che posteriore. Talora l’attrazione è reciproca tra le due consonanti di due sillabe successive.
Attrazione Semplice: cràpa “ capra “, crapìttu “ capretto “, cra∫tatόre “ l’uomo addetto a castrare i maiali “, strùppiu “ storpio”.
Attrazione Reciproca: cèrqui “ querce “.
B > bb: àbbitu “ abito, vestito “, ròbba “ roba “.
D > dd: commèddia “ commedia “.
M > mm: càmmera “ camera “, cammìnu “ camino “, cémmece “ cimice “, cocόmmeru “ cocomero “, commàre “ comare “, fémmona “ lat. foemina, femmina”, primmavèra “ primavera “.
S > ss: bassétte “ basette “.
T > tt: cottόne “ cotone “.
B > bb: è bbéllu “ è bello “, è bbrùttu “ è brutto “, quélle bbasse “ quelle basse “.
F > ff: che ffa frìddu “ che fa freddo “.
G > gg: u ggémellu “ gemellino di osso, indossato dai contadini al posto della cravatta “, a ggiàcca “ la giacca “, u ggiardìnu “ il giardino “.
L > ll: co lle ∫carpi “ con le scarpe “, co lle màniche “ con le maniche “, col lo sàle “ con il sale “, pe ll-όmmeni “ per gli uomini “.
Arivà “ arrivare “, matìna “ mattina “, matenàta “ mattinata “, lùpulu “ luppolo “.
Plurali Femminili in –I
àcchi “ vacche “, cràpi “ capre “, frà∫chi “ frasche “,∫càrpi “ scarpe “.
Plurali in –ORA
pècora “ pecore “, fìcora “ fichi “.
Plurali in –A
méla “ mele “, péra “ pere “, prùnga “ prugne “.
Celèste “ celeste/i “ ( è ccelèste ; li recchìni scelèste ), vérdi “ verde/i “ ( è vvérdi, so vvérdi ).
Nel dialetto di S. Lucia di Fiamignano si distingue tra articolo determinativo maschile e neutro; avremo così lu, ju ( u ) e lo ( o ). Richiedono tale articolo i verbi, gli aggettivi sostantivati ed i sostantivi che si usano per indicare una professione o una carica, e quelli che indicano cibi, liquidi ed altre cose che non abbiano forma determinata: In una parola, richiedono l’articolo neutro tutti quei vocaboli che, per una ragione o per l’altra, non hanno il plurale ( 1 ).
o bbùrru “ il burro “, o férru filatu “ il fil di ferro “, o fiénu “ il fieno”, o gàsse “ il gas “, o làtte “ il latte “, o mèle “ il miele “, lo sàle “ il sale “, o séru “ il siero “, o tùrcu “ il granturco “, lo vétro “ il vetro “.
NOTE
1. V. B. Camanelli, 1896: 35 – 36 e U. Vignuzzi, Ed. Max Niemeyer Verlag, Tubingen, 1988: 625.
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a |
Prep. Da. “ A mpaése a n altro”. ( Solo in questa frase ). |
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a |
Art. det. f. sing. La “ Se fescéa a cànnepa, se puléa, ddόpu semineàmo prόpriu u cannaìcchiu”. |
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a bbàlle |
loc. avv. A valle, giù. |
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a ddé poté |
loc. avv. A più non posso. |
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a diùnu |
loc. avv. A digiuno. |
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a mmόnte |
avv. Lassù. “ Guarda a mmόnte “. |
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a pétto mé |
loc. avv. A mio carico. A mie spese. |
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a ùffa |
loc. avv. Gratis. |
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à∫pu |
( pl. –i ) sm. Aspo, parte del telaio che serve ad avvolgere il filo in modo da formare una matassa. “ gghj- à∫pu pe iutà “. |
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abbàcchiu |
( pl. –cchi ), sm Abbacchio. |
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abbaià |
v. intr. Abbaiare. “ sta a a-bbaià “. |
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abbambàtu |
v. intr. part. Pass. Inf: abbamba’ Bruciacchiato. |
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abbàta |
inter. Bada bene. |
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abbelà |
v. tr. Ricoprir di cenere. |
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abbelà |
v. tr. inf. pres.Avvicinare tra loro i carboni accesi e coprirli con la cenere. |
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abbeorà |
v. trans inf. pres. Abbeverare. |
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abbèrto |
n. pr m. Alberto. “ Li fabbricavano pure ècco, ièsso Abbèrto “. |
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abbéte |
( pl. –i ) sm Abete. |
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abbità |
v. intr. Abitare. “ Mo jì a a-bbità lontàno pare che mmétte penziéru”. |
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àbbitu |
( pl. –i ) sm. Abito. “ ggl-àbbitu chianemèa e gonne e unnèlle ”. |
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abboccàtu |
agg. Qual. sm Sbilanciato, spinto. |
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abbòtà |
v. tr. inf. pres. Avvolgere. |
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abbotìcchi |
v. ind. pres. II p.s. tr. Tu avvolgi. ” l- abbotìcchi e ppό l- appìcchi “. |
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abbottà |
v. tr. inf pres. Gonfiare. |
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abbòtta |
( s- ) v. ind. pres. III p.s. intr. Si gonfia. “ co lla lingua s- abbòtta “. |
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abbottonà |
v.tr inf. pres. Abbottonare. |
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abbraccémonne |
v. imp.pres. II p.pl. tr. Abbracciamoci. |
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abbràcciu |
( pl. –I ) sm. Abbraccio. “ un abbràcciu forte “. |
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abbrìle |
sm. Aprile. |
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abbru∫càtu |
( pl. –ti 9, agg. m. ( f. –ta, -te ), Abbrustolito. “ O pàne abbru∫catu “. |
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abbruciàtu |
( pl. –ti ), agg. m. ( f. –ta, te ), Bruciato. |
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abburrità |
v. tr. inf pres Attorcigliare, avvolgere. |
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accannà |
v.tr. inf pres Prendere la mira. |
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accappà |
v. tr. inf pres Coprire. |
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accarrà ‘nnànzi |
v. tr inf pres Travolgere. |
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accavallà |
v. tr inf pres Superare un ostacolo. |
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accéssu |
( pl. –i ), sm. Ascesso. “ accéssu allu ènte “. |
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àcchi |
( sing. –a ), sf. pl. 1. Vacche, 2. Le macchie che compaiono sulle gambe quando si è stati troppo vicino al fuoco o ad altre fonti di calore. “ se sό ffatte le acchi alle sampe “. |
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acchittàtu |
v. tr. rifl. inf. acchitasse Vestito con eleganza. |
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àccia |
s. f. Tipo di tessuto della canapa. |
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acciaccà |
v. tr. Acciaccare, inteso anche come masticare e schiacciare. “ non pòzzo acciaccà “. |
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acciaccà |
v. tr. Masticare, schiacciare. |
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acciacchémo |
v. ind. pres. II p. pl. tr. Schiacciamo. “ Acciacchémo na nόsce “. |
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acciancà |
v. intr. Scavalcare. Raggiungere un posto velocemente. Fare grandi falcate. |
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accioppà |
v. tr Azzoppare. |
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accoggliéa |
v. ind. imp. I e II p.s. Raccoglieva. “ Quésta pettenùccia ggl- accoggliéa “. |
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accompàggnu |
( pl. –i ), sm. Corteo funebre. |
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accorà |
v. intr. Emanare un cattivo odore. |
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accortatòra |
sf Scorciatoia. |
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accqualé∫tru |
( pl. –i ), sm. “ Arcobaleno “. |
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accriccà |
v. intr Predisporre una trappola. |
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accùnci |
v. ind. pres. II p.s. tr. Tu conci, per dire migliorare con droghe ed altri sapori i cibi, “ Jj- accùnci bbène col lo sale “. |
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acquàru |
sm Rugiada. |
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àcru |
( pl. –i ) agg. m. Acerbo. “∫tu fruttu è acru “. |
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addò |
Dove. |
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addoprà |
v. tr Adoperare. |
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addormìti |
( -se so ), v. ind. pres. III p. pl. intr. Essi si sono addormentati; anche nel senso di indolensirsi. “ Me sse so addormìti li péi “. |
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addό |
avv. Dove. “ Addό che stéa quìssu”. |
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aéte |
v. ind. pres. II p.s. aus. tr. Avete. “ ma cche cc- aéte ? “. |
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affiacchìta |
( pl. –e ), agg. f.s. ( m. –u, -i ). Indebolita. “ T- è affiacchita co ll- allattà “. |
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afficcà a pprésso |
v. tr Rincorrere. |
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affonnà |
v. tr Affondare. |
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affrocià |
v. intr Bere direttamente dalla bottiglia o da un contenitore. |
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affùmechi |
v. ind. pres. III p. s. tr. Affumicare. “ L- affùmechi, l- arròtoli, pόi la taggliàmo a ffétte “. |
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aggliu |
( pl. –i ), sm. Aglio. |
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aggnéllu |
( pl. –i ) sm. Agnello. |
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aggnellùcciu |
( pl. –i ), sm. Agnellino. “ Gl- aggnellùcciu piccolìttu “. |
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aggràzia |
v. imp. pres. II p.s. tr. Ringrazia tu “ Aggràzzia che lla tenèmmo fori “. |
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agùstu |
sm. Agosto. |
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ainà |
v. intr Fare in fretta. |
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aìnate |
v. imp. pres. II p.s. intr. Espressione usata per sollecitare qualcuno a compiere una azione, equivalente all’italiano presto, sbrigati ! “ Cammìna ppiù sèrdu, aìnate “. |
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àio |
v. ind. pres. I p. s. aus. tr. Io ho. “ L –àio tessùta ì “. |
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alé∫tru |
( pl. –i ) sm. Lo scarto del grano battuto. |
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aléstro |
(pl. –i) sm Arista , l'involucro che ricopre i chicchi delle graminacee. |
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alla bbòna mèio |
Espressione corrispondente allo italiano “ Alla buona “. “ La so dovuta sistemà alla bbòna mèio “. |
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allàmpa |
v. ind. pres. III p.s. intr. Lampeggia. “ Sta allu∫trà, quànno che allàmpa “. |
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allappà |
v. intr Dicesi del gusto prodotto nel palato da alcuni frutti non maturi. |
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allàppanu |
v. ind. pres. III p. pl. tr. Essi allappano. “ I pirùzzi sò pìcculi e allàppanu “. |
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àlle |
( pl. –i ) sm. Gallo. |
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allĕa |
v. ind. pres. III p.s. tr. Egli alleva. “ Chi n –allĕa tre, chi unu “. |
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alletélle |
( sing. –a ) sf. pl. Varietà di funghi detti Gallette, il cui nome scentifico è Chantarellus Cibarius. |
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allìna |
( pl. –e ) sf. Gallina. |
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alliscià |
v. Accarezzare. |
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allità |
v. intr Levigare, togliere la corteccia. |
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allopià |
v. intr Incantare - Dicesi di chi dorme profondamente come se avesse preso l'oppio. |
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allù∫tru |
( pl. –i ), sm. Lampo. |
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allumìniu |
sm. Alluminio. “ Quìstu che ttèngo io è dde allumìniu “. |
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ammarràtu |
v. intr. inf ammarra’ Che non taglia. |
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ammassà |
v. tr. Impastare. Impasta. |
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ammassà |
v. intr Impastare la farina con l'acqua. |
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ammàssi |
v. ind pre. II p.s. tr. Ammassare, nel senso di ridurre in massa le uova e la farina per la pasta. “ Quànno che ttu ammàssi sèmpre che tte sse ∫pòsta ( u taolìnu ). |
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ammauglià |
v. intr Si dice di chi mastica senza avere i denti. |
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ammazzà |
v. tr. Ammazzare. “ Io ce iéa pe lle famìgglìe a ammazzà I maiàli “. |
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ammazzatòra |
(pl. –e) sf Mattatoio. |
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àmme |
v. imp. pres. II p.s. Dammi. “ àmme nu bbaciu “. |
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ammo∫tìtu |
( pl. –i ) agg. m.s. ( f. –a, -e ). Livido. “ S –è ammo∫tìtu “. |
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ammoccà |
v tr. Inf pres Versare. |
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ammorgià |
v. tr. Guardare con desiderio. |
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ammuccàsse |
v. tr. Mettere il broncio. |
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ànca |
( pl. –e ) sf. Anca. |
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ancìni |
( sing –u ) sm. pl. Ganci utilizzati per appendere le bestie uccise. “ se chiàppa in tre, quàttro pertsone e lo mettiàmo appèso aggli ancìni e dda llà cominiàmo a ∫paccallo “. |
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anéllu |
( pl. –i ) sm. Anello. |
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angìnola |
( pl. –e ) sf. Serratura. |
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angolìttu |
( pl. –i ) sm, dim. di angolo. Angoletto. “ Allora mica tenéenu i stallìtti, mmica tenéenu a possibilità è fa u bbéllu chiéru come mmό … allora sotto ∫téenu i pόrci e ssopra maggneàmo nu, chi ttenéa e vacchi, chi ttenéa e pècora a n –angolìttu”. |
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ànice |
sm. Anice. “ Zùccheru, ànice, όliu “. |
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animàle |
( pl. –i ) sm. Insetto. “ m –ha pizzicàtu un animàle “. |
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annestà |
v. tr. Innestare. |
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àntanu |
(pl. –i) sm Erba tagliata e raggruppata a forma di filone. |
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antìche |
( sing. –a ) agg. f. pl. ( m. –u, -i ). Antiche. “ Sò ccasi antìche, non ʓe cci po’ fa casό di fronte a qquèste e mό”. |
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antόniu |
n. pr. Antonio. |
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àpi |
sf. pl. v. ssàme. Api .“ Le àpi mùccicheno “. |
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appacìnu |
avv. Zona esposta a nord. |
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appalloccà |
v. tr. Fare delle palle. |
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appèe |
loc. avv. A piedi. Questa espressione è anche usata nel gioco della Morra per azzerare il punteggio. |
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appettà |
v. tr. Rifilare, appioppare qualcosa, Fare una salita. |
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appezzutà |
v. tr. Fare la punta. |
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appiccapànni |
sm. Appendipanni. |
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appìcchi |
v. ind. pres. II p.s. tr. Tu appendi. “ Se ggìra a ssènʓo invèrtso e rrifài l –istéss lavoro, chi allu muccu .. chi alle sampe, pòi l appìcchi “. |
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appìccia |
v. ind. pres. III p.s. e imp. pres. II p.s. Egli accende, accendi tu. “ Appìccia u fόcu “. |
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appicciò |
v. ind. pass. rem. III p. s. tr. Egli accese. “ Appicciò a sigarétta Uggèniu “. |
|
appizzàtu |
v. tr. part. pass, inf appizza’ Pronto ad intervenire. |
|
appondùtu |
( pl. –I ) agg. m. sing. ( f. –a, -e ). Appuntito. “ Quéllo è ppiù appondùtu, … cc –ha la punta fina, u ∫cannatùru “. |
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appuntìtu |
( pl. –i ) agg. m. sing. ( f. –a, -e ). Appuntìto. “ U barbìttu appuntìtu “. |
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appusà |
v. tr. Posare. |
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apό |
avv. Poi. “ E tte sse maggnéano i scìmmisci, e ssci ! Pecché apό, ppiù mettìi e lenʓòla bbiànche ppiù usscìeno … e sse mettéenu mméʓʓu alle reti”. |
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aquila |
( pl. –e ) sf. Aquila. |
|
arà |
v. tr. Arare. “ Arà a tèrra “. |
|
àra |
( pl. –e ) sf. Aia. “ L–àra, mpézzu e terrénu co lli sàssi mméʓʓu, con a massicciata e sàssi “. |
|
àra |
(pl. –e) sf. Aia. |
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aràbbiu |
Escl. Equivalente all’italiano “ Caspita “, coniata da arrabbià. “ Aràbbiu, quantu si bbrùttu ! “. |
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aràggni |
( Sing. –u ) sm. pl. Ragni. “ E téle eggli aràggni “. |
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aràncio |
agg. m. sing. Arancione. |
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aràtu |
( pl. –i ) sm. Aratro. |
|
aràtu |
(pl. –i) sm. Aratro. |
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àrba |
( pl. –e ) sf. Alba. |
|
àrbore |
( pl. –i ) sm. Albero. “ E’ sagglìtu n cìma a n àrbore “. |
|
arbùcciu |
(pl. –i) sm. Pioppo. |
|
àrca |
( pl. –che ) sf. Madia. |
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arcòne |
(pl. –i) sm. Grosso contenitore in muratura o in legno dove si immagazzinavano i cereali. |
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ardàre |
( pl. –i ) sm. Altare. “ Me so nʓinocchiàtu nnanzi ajj –ardàre “. |
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ardicolazziόne |
( pl. –i ) sf. Articolazione. |
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argéntu |
sm. Argento. “ Li recchìni so dde argéntu “. |
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arì∫ti |
v. cong. pres. II p. s. aus. tr. Avessi. “ T -arì∫ti strozzà “. |
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arìva |
v. pres. III p.s. e imp. pres. II p.s. Egli arriva; Arriva tu. “ Do arìva u cortéllu “. |
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arrabbiate |
v aràbbiu. “ Che lléngua che tté, arrabbiate “. |
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arracanìtu |
agg. . m. s. Rauco. Chi ha un abbassamento di voce. |
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arrampà |
v. tr. Graffiare. |
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arrecchjà |
v. tr. Ascoltare. |
|
arrènne |
v. intr Arrendersi. |
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arrèto |
avv. Dietro. “ Que ∫ta ffa èss-arrèto “. |
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arriàmmo |
v. ind. pass. rem. II p.s. intr. Arrivammo. “ A ccaàllu arriàmmo lòco “. |
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arrizzà |
v. tr. Alzare. |
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arrotolà |
v. tr. Arrotolare. |
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arruà |
v. tr. Rotolare. “ Ha fattu arruà na bbόtte “. |
|
arruà |
v. tr. Buttare via. |
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arruffàte |
( sing. –a ) agg. f. pl. ( m. –u, -i ) Arricciate. “ Gόnne tutte arruffàte “. |
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arruggicà |
v. tr. Ruzzolare, rotolare. “ Emo fattu arruggicà na bbotte “. |
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arruzzinìti |
( pl. –i ) agg. m. s. ( f. –a, -e ). Arrugginite. “ U treppiédi s –è ttuttu arruzzinìtu “. |
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arruzzinìtu |
agg. s. m. Arrugginito. |
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artsùra |
( pl. –e ) sf. Arsura, sete. “ Che artsùra “. |
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àsceri |
( sing. –o ) sm. pl. Acini. |
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ascitéllu |
( pl. –i ) agg. m. s. ( f. –a, -e ). Che sa di aceto, inacidito. “∫to vino sa de ascìtu, è ascitéllu “. |
|
ascitu |
( pl. –i ) sm. Aceto. |
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àsenu |
( pl. –i ) sm. Asino. “ Somaru “. |
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asprusùrdu |
(pl. –i) sm. Il primo nato della vipera. |
|
assaggéte |
v. imp. pres. II p. pl. tr. Assaggiate voi. “ Assàggia pό, assaggéte “. |
|
assàia |
v. ind. pres. III p. s.; imp. pres. II p. s. tr. Egli assaggia, assaggia tu. “ Assàia, assàia que∫ta ròbba “. |
|
asscèlla |
( pl. –e ) sf. Ascella. |
|
assomìgglia |
( s- ) v. ind. pres. III p.s. intr. Somiglia “ S- assomìgglia tutta alla mamma “. |
|
assuccà |
v.tr. Asciugare. |
|
assucchete |
( -lu ) v. imp. pres. II p. s. Asciugatelo. |
|
assùccu |
v. tr. part. pass., Inf. assucca’ Asciutto. |
|
assùggna |
( pl. –e ) sf. v. assόggna “ Quelle sarebbero le crepazze, sò ricoperte difàtti col l-assùggna “. |
|
assόggna |
( pl. –e ) sf. Sugna, il grasso del maiale dal quale si ricava lo strutto. “ Se ridà na ngrassàta co llo ∫truttu, lo ∫truttu sarèbbe il grasso dell-assόggna “. |
|
attàcchele |
v. imp pres. II p.s. Attaccale; Legale, Allacciale. “ Attàcchele bbène e carpi “. |
|
attàsti |
v. ind. pres. II p.s. tr Tu tasti. Palpi “ Tu l-attàsti e recréssce “. |
|
attentà |
v. tr. Toccare, tastare. |
|
atterzà |
v.tr. Ascoltare, stare attento. |
|
attizza |
v. ind. pres. II p. s. e imp. pres. II p.s. Egli attizza, attizza tu. “ Attìzza ssu fόcu “. |
|
attonnà |
v. tr. Arrotondare. Ruzzolare. Espressione per indicare quando si bestemmia. |
|
attrippacchjàtu |
v. intr. rifl., inf. attrippacchiasse Riferito a chi ha una grossa pancia dopo una gran mangiata. |
|
attrippàta |
(pl. –e) sf Scorpacciata. |
|
àttu |
( pl. –I ) sm. Gatto. “ T-ha ra∫chiàtu u àttu”. |
|
atturàtu |
( -ha ) v. ind. pass. pross. III p.s. Tappato.“ L-ha atturàtu “. |
|
àu |
int. corrispondente all’italiano oh ! “ àu mà, non piàggne, non piàggne, che è stata a pippà e papa “. |
|
autùnnu |
( pl. –i ) sm. Autunno. |
|
avvesciolàtu |
v. intr inf avvesciola’ Dicesi di chi ha sempre sete. |
|
awàu |
int. corrispondente all’italiano Oddio ! “ Awàu, come fàccio, è ppazza, è ppazza “. |
|
azzòne |
(pl. –uni) sm. Moscone, coleottero di colore nero. |
|
azzùrru ∫cùru |
agg. m. sing. Blu, azzurro intenso. |
|
azzùrru chiàru |
agg. m. sing. Azzurro, celeste intenso. |
|
bacarόzzu |
( pl. –i ) sm. Scarafaggio. ” ∫carafàggiu è u bbacarόzzu “. |
|
bàcca |
( pl. cche ) sf. Bacca. |
|
baccaglià |
v. intr. Inf pres. Litigare. |
|
baccìle |
s.m. Bacile. |
|
bàffi |
( sing. –u ) sm. Baffi. |
|
balcùni |
( sing. –one ) sm. pl. Balconi. Non sempre le case erano provviste di balconi anche perché spesso erano costruite solo dal pianoterra. “ I bbalcùni mo magàri esìstu dapertùttu alle càsi nòe “. |
|
bàlle |
( pl. -i ) sf. Valle. “ I pόrci se pòrtenu a ppàssce a bbàlle delle màcchie “. |
|
ballé∫ti |
avv. Laggiù. |
|
bambàta |
s.f. Vampata. |
|
bambόcciu |
( pl. –i ) sm. Spaventapasseri. |
|
bammàce |
s.f. Bambagia, ovatta. |
|
bammàsce |
( pl. –i ) sf. Ovatta. |
|
bannèlla |
s.m. Spranga di metallo con anello terminale applicata al cardine (càncanu) per l'apertura di porte e finestre. |
|
barbabbiéti |
sm. pl. Barbabietole. “ Invésce prima érenu i ∫trìlli, e patàne lle à alli figgli; ggli mettéi ddu bbarbabbiéti, mpό e acqua e ttirìi nnanʓi ”. |
|
barbabbiétoli |
v. barbabbiéti. |
|
barbàgglia |
( pl. –e ) sf. Guanciale del maiale. |
|
barbìttu |
( pl. –i ) sm. Mento. – appuntìtu, Mento sporgente, - dόppiu, Doppiomento. |
|
bardàssci |
( sing. –ssciu ) sm. pl. Ragazzi. “ I bbardàssci èrenu suàti “. |
|
bardàsscia |
( pl. –e ) sf. Ragazza. “ Quella bbardàsscia è ffàtta bbène “. |
|
bàrʓu |
( pl. –i ) sm. Manipolo di grano. “ U covόne s-attàcca co llu bbarʓu “. |
|
bàscio |
( pl. –I ) sm. Bacio. “ Amme nu bbàscio “. |
|
basìlicu |
sm. Basilico. |
|
bassétte |
( sing. –a ) sf. Basette. |
|
battésimu |
( pl. –i ) sm. Battesimo. |
|
battetùri |
( sing. –u ) sm. pl. Correggiati, strumenti usati per battere il grano costituiti da due bastoni legati con lo spago. “ I bbattetùri sό ddu passùni attaccàti co llu ∫pàgu “. |
|
battòcchjo |
s.m. Batacchio. |
|
bavaròla |
s.f. Bavaglino. |
|
bàveru |
( pl. –i ) sm. 1. Bavero. 2. Collare della vacca. “ t-è nu bbàveru a vacca ! “. |
|
bé∫tie |
( sing. –a ) sf. pl. Bestie. “ Pòrto e bbé∫tie a ppassce “. |
|
bécchi |
( sing. pìzzicu ) sm. pl. Becchi. |
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béddero |
v. ind. pass. rem. III p. s. tr. Videro. “ E bbéddero na copèrta … questa l-àio tessùta ì “. |
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bée |
v. inf. e ind. pres. III p. sp. Bere; Egli beve. “ Guarda come bbée “. |
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befàna |
sf. Befana, Epifania. |
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beferìna |
s.f. Il cumulo della neve che si forma nelle depressioni del terreno. |
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béllu |
( pl. –i ) agg. m. sing. ( f. –a, -e ). Bello. “ Se filéa, se fesceénu que∫te fézze, e lenʓòla, e tovàgglie, pure camìsce tutte ricamàte, prόpriu bbèlle”. |
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bellùcce |
( sing. –è ) agg. f. pl. ( m. –ccio, -i ).Carìne, bellìne. “ Sète bbellùcce “. |
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bènda |
( pl. –e ) sf. Benda. |
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beorà |
v. tr. inf. Pres. Abbeverare. |
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bettònica |
( pl. –a ) sf. Bettonica, pianta erbacea perenne delle Labiàte. |
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bevorà |
v. tr. Abbeverare. Abbeverà “ Vàio a bbevorà a vacca “. |
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bi∫cottu |
( pl. –i ) sm. Biscotto. |
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biàda |
( pl. –e ) sf. Avena. |
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biànche |
( sing. –a ) agg. f. s. ( m. –u, -chi ). Bianche. “ Se chiaméa u sartu e sse fescèeno que∫ti vestìti, pantalùni, ggiacchétte, ggilè, e camìsce de lana pure, bbiànche magàri “. |
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bianco∫pìnu |
( pl. –i ) sm. Biancospino. |
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biastìma |
s.f. Bestemmia. |
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biènte |
s.m. Bidente. Attrezzo metallico a due punte usato per zappare. |
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bìete |
v. imp. pres. II p. s. tr. Beviti. “ Bìete nantru coccìttu “. |
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bìi |
v. ind. e imp. pres. II p. s. tr. Tu bevi; bevi tu. “ Bìi piànu “. |
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bilancìnu |
( pl. –i ) sm. Bilancino degli animali da tiro. v. Pettoràle. |
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biòncia |
s.f. Bigoncia, recipiente a forma di tronco di cono fatto con doghe in legno. |
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bocalétta |
s.f. Vaso di terracotta panciuto con manico e beccuccio usato per mescere l’acqua e il vino. |
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boccàle |
( pl. –i ) sm. Brocca, di diverse dimensioni generalmente di vetro. “ U bboccàle e vétru; ci ∫tàvano i gròssi, i pìccoli … “. |
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bòccia |
( pl. –e ) sf. Verza. |
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boccione |
( pl. –i ) sm. Bottiglione. |
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bòe |
( pl. bόi ) sm. Bue. |
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bòe |
s.m. Bue. |
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bollì |
v. tr. Bollire, fermentare. “ O vinu ∫ta a bbollì “. |
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bollilatte |
sm. Pentolino usato per bollire il latte, smaltato all’interno. v. pilùccia. |
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bòna |
( pl. –e ) agg. f. sing. ( m. boni, -u ) Buona. “ I vé∫tìti èreno fàtti dde làna, se caroséa le pècora e sse fascéa questa làna; se lavéa na bbòna parte, se capéa que∫ta pulìta e qquélla ppiù ∫pòrca se lavéa “. |
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bonanòtte |
sf. Buona notte. |
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bottìgglia |
( pl. –e ) sf. Bottiglia. |
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bottoniéra |
( pl. –e ) sf. Bottoniera, fila di bottoni attaccati ad un abito o per abbottonare le parti o per ornamento. “ Allora sci stéeno e vòse, co na bottoniéra qqua “. |
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bottόne |
( pl. –ùni ) sm. Bottone. “ Cùsci u bbottόne “. |
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bracciàle |
( pl. –i ) sm. Bracciale. |
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bratìcola |
( pl. –e ) sf. Graticola. |
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bràu |
/ pl. –i ) agg. m. sing. ( f. –a, -e ) Bravo. “ Bràu ha ∫tudiàtu “. |
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brìcce |
( s. –a ) sf. pl. Sassolini, bricele, brecca; gli insegnanti facevano inginocchiare gli alunni indisciplinati per punizione, sopra ad una manciata di granturco o di sassolini. “ No èra cattìu , né issu e nné llèa; quanno lu fescéeno ngu∫tià e mani lle fescéa nére ( ti faceva inginocchiare ) sopra allu turcu, alle bbricce”. |
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briccόne |
sm. Gioco di ragazzi che consiste nel mettere a terra cinque sassolini; se ne lancia uno in aria e si afferra con una mano; contemporaneamente se ne lancia un altro e si procede come per il primo fino a terminare tutti i sassolini. La difficoltà del gioco consiste nel riuscire a non far cadere i sassolini a terra. “ Girotondo, fescéeno a ccampàna, a ttòpa, a bbriccόne; co lli rocchétti fescéeno i carrettìlli, e carrozzèlle “. |
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bricichétta |
s.f. Bicicletta. |
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bricòca |
( pl. –che ) sf. Albicocca. |
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bricòca |
sm. Albicocco. |
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brinàta |
( pl. –e ) sf. Brinata. |
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brù |
agg. m. sing. Blu. “ Gonne lunghe, gonne tutte arrffàte co li sinàli pure de lana; chi violétte, chi bbrù “. |
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brù∫ca |
( pl. –che ) sf. Spazzola di legno per strigliare il cavallo diversa dalla striglia che invece ha i denti di ferro. |
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brùnzinu |
s.m. Piccola campana legata al collo degli animali o posta, in sostituzione del batacchio, in alcune abitazioni. |
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brùtte |
( sing. –a ) agg. f. pl. ( m. –u, -i ). Brutte. “ Le ∫càrpi èreno bbrutte, fàtte dallu ∫carpàru, de sòla, sòla paccùta, co lli chiòdi sotto, èreno de còio”. |
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brόcculi |
sm. pl. Broccoli. v. calluviόne. |
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bù scìa ! |
Inter. Possibile! |
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budèlla |
sf. pl. Budella. |
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bufàgna |
s.f. Caldo umido. |
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bùrru |
sm. Burro. La panna del latte veniva versata in un recipiente, generalmente un fiasco, il quale veniva agitato ripetutamente fino a che non si formavano tutte palline di burro. |
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burrόne |
( pl. –i ) sm. Burrone. |
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buscìa |
s.f. Bugia. |
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bùsciu |
s.m. Buco. |
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bussà |
v. intr. Bussare. “ Stàu a bbussà, vedémo chi è “. |
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buttéa |
v. ind. imp. III p. s. tr. Egli buttava. “ U sscifu prima èra fattu de leggnu … se cce lli buttéa l-accqua déntro llì “. |
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bόtte |
( pl. bùtti ) sf. Botte. “ Esscéa u mu∫tu, quéllo che rremanéa se mettéa co nu pìsu sopra e iéa alla va∫ca , pό dalla va∫ca se mettéa alle bbùtti “. |
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ca∫catone |
( pl. –i ) sm. Capitombolo. “ Ha fattu nu bbéllu ca∫catone “. |
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ca∫tàggna |
( pl. –i ) sf. Castagna. |
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ca∫taggnétu |
( pl. –i ) sm. Castagneto. |
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ca∫tàggnu |
( pl. –i ) sm. Castagno. |
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càa |
v. ind. pres. III p. s. tr. Egli scava; in riferimento al maiale, il tirar fuori con il muso ciò che si trova nel terreno. “ pe mmaggnà u pòrcu va alla tèrra, càa “. |
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caàllu |
( pl. –i ) sm. Cavallo. “ A ccaàllu arriàmmolòco “. |
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cabbarè |
sm. Vassoio. |
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cacà |
v. tr. Cacàre. |
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càcali |
Il muco che si forma all'esterno della parte lacrimare dell'occhio. |
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cacarèlla |
( pl. -e ) sf. Diarrea. |
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cacàta |
( pl. –e ) sf. cacàta. |
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cacatùru |
(pl. –i) Piccola sedia con un foro centrale usata, nei tempi passati, dai bambini per defecare. |
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cacchietéllu |
( pl. –i ) sm. Tralcio dell’uva. |
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càcchju |
(pl-i) sm.Ramo. Si dice anche di un pezzo di salsiccia, “taglia nu cacchju e sargiccia”. |
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cacciàta |
( ha- ) c. ind. pass. pross. III p. s. tr. Ha tirato fuori, ha estratto, ha cavato. “ Ha cacciàta a léngua “. |
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cacciàte |
( -lle ) v. imp. pres. II p. s. tr. Toglietele. “ scciòggli e càcciàtelle “. |
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caccìi |
v. ind. imp. II p. s. tr. Cacciavi. “ e sse sse mettéenu mméʓʓu alle réti no lli caccìi “. |
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caffè |
sm. Caffè. |
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caffè |
( pl. marrò ) agg. m. sing. Marrone. “ Cc-ha la fàccia caffè “. |
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caffettièra |
( pl. –e ) sf. Caffettiera. |
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calammàri |
( sing. -u ) sm. pl. Occhiaie. |
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calammàru |
( pl. –i ) sm. Calamaio. “ E pénne co llu calammàru “. |
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calammàru |
( pl. –i) sm. Calamaio. |
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calàta |
( pl. –e ) sf. Discesa. |
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càleno |
v. ind. pres. III p. pl. tr. Essi calano, scendono, tirato giù. “ Io, a ccasa, che ll-ammàzzo sèmpre, l-ammàzzo grossu u maiàle e ll-invècchio sèmpre, pure ddu anni lu pòrto; però a ttante parti lu càlenu sùbbitu “. |
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calipìnu |
(pl. –i) f. –a, -e agg. qual. sing. Esile, magro, pelle e ossa. |
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callàru |
( pl. –i ) sm. tr. Cotturu. Caldaio di rame. “ Métte tutta que∫ta ròbba, tutti i retàggli del maiàle, cόteche, o làrdu e ffa còsce tuttu ne n callàru e ffà a còppa “. |
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càllu |
sm. Caldo. “ Uh, che ccàllu ! “. |
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calluviόne |
( pl. –i ) sm. Broccolo. “ U calluviόne, quìllu bbiàncu è qquìllu estìvu, quìllu nvernàle è vvérde ∫curu “. |
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calorìa |
( pl. –e ) sf. Calore. “ Mantiène ppiù la calorìa “. |
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càma |
( ol. –e) sf. Pula. |
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camìsce |
( sing. –a ) sf. pl. Camìsce. Camice; quelle indossate dagli uomini solitamente erano di lana. “ Se chiaméa u sartu e sse fescéenu que∫ti vesìti,, pantalùni, ggilè e camìsce, bbiànche magàri, tutte bbiànche quelle eggl-ommeni “. |
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cammìnenu |
v. ind. pres. III p. pl. intr. Camminano. “ Se métte u iùu, se métte a umèra e ari; e vacchi cammìnenu “. |
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cammìnu |
( pl. –i ) sm. Camino. “ Se tiéne na settimàna sotto sale, pό s-appìcca alla cuscìna, sopra allu cammìnu “. |
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cammòtta |
(pl. –e) sf. Rotolo di spago. |
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campà |
v. tr. Campare, vivere. “ Prìma èreno quelli nìri, che sse fascéa o lardu ppe campà i figgli, pe ffa i ∫frìzzuli “. |
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campàna |
( pl. –e ) sf. 1 Campana. 2 Gioco di ragazzi che si fa disegnando a terra con il gesso una figura a vari riquadri, e spingendo con un piede, saltellando, una piastrella o un sasso da riquadro a riquadro. “ Fescéeno a bbriccόne, a ttòpa, a ccampàna “. |
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campanèllu |
( pl. –i ) sm. Campanello, quello elettrico è usato ormai da molti anni anche nel cicolano. |
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càmpora |
(pl. –e) sf. Camera. |
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camposàntu |
( pl. –i ) sm. Cimitero. |
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canàli |
( sing. –e ) sm. pl. Antiche tegole curve, di creta, lunghe dai 30 ai 40 cm. Ancora oggi molte abitazioni hanno i tetti ricoperti di canali. “ Inʓomma, a tégola è ttégola, u canàle è ccanàle “. |
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canarìnu |
( pl. –i ) sm. Canarino. |
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canàssa |
(pl. –e) sf.Dente molare. |
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càncanu |
(pl. –i) sm.Cardine. |
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càncru |
( pl. –i ) sm. Cancro. |
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càne |
( pl. –i ) sm. e f. Cane, cagna. “ U càne, a càne “. |
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cané∫tri |
( sing. –u ) sm. pl. Cesti fatti con giunchi. “ Se cci fa i cané∫tri e ll friscèlle “. |
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canìttu |
( pl. –i ) sm. dim. di cane. Cagnolino. |
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cannaìcchiu |
( pl. –cchi ) sm. Seme della canapa. “ Semineàmo prόpriu u cannaìcchiu “. |
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cannaìna |
(pl. –e) sf. Canapina. Terreno molto fertile dove si coltivava la canapa. |
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cannarèllu |
( pl. –i ) sm. Gozzo. |
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cannavàccio |
( pl. –i ) sm. Canovaccio. “ Ci portavàmo un cannavàccio, l-abboticchiémmo e iàmmo alle fùnti fòri “. |
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cannéla |
(pl. –e) sf. Candela. |
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cannèlla |
sf. Cannèlla. “ Ci mìtti mpό de cannèlla e cci mìtti mpό de ʓʓuccheru “. |
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cannelòre |
sf. pl. Candelora. “ E cannelòre s-ha da a-ccènde a candéla “. |
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cànnepa |
sf. Canapa. “ Se fescéa a cànnepa, se puléa, ddόpu semineàmo prόpriu u cannaicchìu, lo somenteémo e vvenìa a cànnoa e ppòi se ronchéa prόpriu e qui∫ti ggiorni “. |
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cannìllu |
( pl. –i ) sm. Sottile canna di legno di sambuco, vuota all’interno . Si infilava una estremità nella vescica del maiale mentre dall’altra estremità si soffiava per riempirla d’aria: Al termine di questa operazione la vescica era pronta per contenere lo strutto. “ Prima se cce mettéa un cannìllu de sammόsce, pόi se mettéa dentro a sta vesscìca “. |
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cànnoa |
sf. Canapa. “ Somenteémo e vvenìa a cànnoa e ppoi se ronchéa e qui∫ti ggiorni, e sse mettéa alli pόzzi; poi sce ∫teéno e mascìnole, che sse mascìnoléa … e fesceémo a ∫toppa e qquesta se filéa, se fescéa li ∫toppacciàri e sse filéa “. |
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canziòne |
(pl. –i) sf. Canzone. |
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càola |
(pl. –e) sf. Tipo di rubinetto che si applica nella parte bassa della botte del vino. |
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càoli |
( sing. –u ) sm. pl. Cavoli. |
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caolifiόri |
sm. pl. Cavolfiori. |
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capèa |
( se- ) v. ind. pres. III p. s. intr. Si capava, si sceglieva. “ Se capéa questa pulìta”. |
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capézza |
(pl. –e) sf. Cavezza. Fune che serve per legare una bestia. |
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capicchiòla |
( pl. –e ) sf. Capicciola. Stringa, laccio per allacciare i bustini. “ Chi ròsa, chi coloràte, secondo come te nne tè, e ddiétro sci ∫téa a capicchiòla; a vita te venìa ccoscì ∫trétta”. |
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capiglièra |
(pl. –e) sf. Chioma folta. |
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capìlli |
( sing. –u ) sm. 1 Capelli.” Che bbélli capìlli che tté “. 2 Peli sopra alla spiga del grano. |
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capisciòne |
(pl. –i) sm. Uno che crede di capire tutto di ogni cosa. |
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capoànno |
sm.Capodanno. |
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capòccia |
( pl. –e ) sf. Testa. “ Mme fa male a capòccia “. |
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capocόllo |
sm. Lonza. |
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cappéllu |
( pl. –i ) sm. Cappello. |
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càpperi |
( sing. –u ) sm. pl. Capperi. |
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cappiòla |
(pl. –e) sf. Nodo scorsoio. |
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càpu |
sm. Testa. “ Mìttitellu n càpu “. |
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capufòco |
(pl.-i) sm.Alare. |
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capuscàla |
(pl. –i) sm. Pianerottolo. |
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carapèlla |
( pl. –e ) sf. Zolla di terra. |
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carbonèlla |
(pl.-e) sf. Malattia del grano quando la spiga diventa nero. |
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carbonéru |
( pl. –i ) sm. Carbonaia. “ Carbonaru “. |
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carbόne |
( pl. –i ) Carbone. “ Co lle léna, fescéenu nu carbonéru pe ffa u carbόne “. |
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carciòfani |
( sing. –u ) sm. pl. Carciofi. |
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carciofìtti |
( sing. –u ) sm. pl. Carciofini. |
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cardellìnu |
( pl. –i ) sm. Cardellino. |
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carecàgnu |
(pl –i) sm. Calcagno. |
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carfàgna |
(pl.-e) sf. Sonnolenza. |
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càrgie |
sf. Calce. |
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càrgie ∫∫morzàta |
sf. Calce spenta. |
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carnavàle |
sm. Carnevale. “ A ccarnavàle se fa e pìzze fritte, e castaggnòle “. |
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carosà |
v. tr. Tosare. “ Tèngo jì a ccarosà e pècora “. |
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caroséa |
v. ind. imp. III p. s. Tosava, carosava. “ Caroséa e pècora e ffescéa a lana “. |
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caròta |
( pl. –e ) sf. Carota. “ A bbarbabbiéta è ppe ggl-animàli e lla caròta sce lla maggnàmo nu “. |
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carrafùni |
sf. Nome di una località nel Cicolano. |
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carraréccia |
( pl. –e ) sf. Gola tra i monti. |
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carrétti |
( sing. carréttu ) sm. pl. Carretti di legno, molto bassi ( sollevati non oltre 20 cm da terra ), costituiti da una base di legno e da quattro rotelle; venivano costruiti per gioco dai bambini. |
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carrettìlli |
( sing. –u ) sm. pl. v. carrétti. |
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carrià |
v. tr. Trasportare. |
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carrozzèlle |
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